Avere traffico sul blog ai tempi della SGE: titoli e contenuti che portano click

Da qualche settimana, chi fa blogging in Italia avrà notato una novità: Google ha iniziato a riassumere i contenuti in risposta alle query, con delle risposte che prendono il posto della posizione zero;
accanto ai riassunti, dei box azzurrini, che rimandano alle fonti principali delle risposte generate.
Benvenuti nella nuova SGE – Search Generative Experience.

Cosa significa tutto questo per chi scrive contenuti sul web?
Che una parte delle nostre parole viene letta, e a volte riassunta direttamente in SERP, facendo sì che in molti casi si possa non passare dal blog.
Una svolta epocale, certo. Fastidiosa, per certi aspetti, ma non necessariamente una condanna. 
Anzi, molte mie corsiste hanno già iniziato a registrare anche la SGE come nuova fonte di traffico


Il punto non è “cosa farà l’intelligenza artificiale”, ma: cosa può fare ancora un contenuto umano, narrato, visibile e cliccabile.

In questo articolo condivido con te quali tipi di articoli stanno ancora portando traffico, e quali titoli resistono al riassunto automatico della SGE.
Perché sì, molti contenuti continuano a non passare dai riassunti dellaSGE, ma serve cambiare sguardo.

 

Se vuoi, puoi leggere questo approfondimento su cosa è e come funziona la SGE, spiegato in modo semplice. 

Come sta cambiando la navigazione con la SGE

ogni quanto pubblicare articolo blog

Da qualche mese, chi prova a cercare qualcosa su Google da desktop si trova davanti a qualcosa di nuovo: un box colorato, in alto nella pagina, con una risposta già pronta che è la sintesi dei primi (circa) 10 risultati in SERP. 

Si chiama SGE – Search Generative Experience ed è il modo in cui Google ha iniziato a rispondere alle domande degli utenti usando un’intelligenza artificiale generativa.

Tradotto: non c’è più bisogno di cliccare un link per avere un’informazione, perché Google la sintetizza per te.

Per chi ha un blog, questo significa che non basta più farsi trovare da Google, ma bisogna convincere le persone a cliccare davvero e non accontentarsi della sintesi fatta dalla SGE.

Per quanto molti lettori e lettrici clicchino comunque sulla fonte approfondita segnalata da Google, tanto che la SGE diventa una nuova fonte di traffico, alcuni intenti di ricerca necessitano meno di approfondimenti che diamo sui nostri blog. 

Cosa vuol dire: che per non rischiare di far perdere i nostri contenuti nel furto… ehm, sintesi di risposte di Google, dobbiamo puntare su titoli e contenuti che necessitano di approfondimento maggiore.

Oggi più che mai è necessario scrivere contenuti non riassumibili, titoli non piatti, idee non sostituibili.


Perché se la prima risposta viene da una macchina, le parole che restano devono venire da qualcuno che ha qualcosa da dire.

Quali contenuti resistono a riassunti della SGE

Non tutti i contenuti vengono risucchiati dalla SGE e dai riassunti (e semplificazioni).

Ecco cosa continua a funzionare (e anche meglio di prima):

  • Contenuti lunghi, con valore soggettivo o narrativo
    I post che raccontano un’esperienza reale, un punto di vista personale, una storia.
    Un AI può dire “come visitare Sarajevo in 3 giorni”, ma non potrà mai raccontare cosa ti ha insegnato Sarajevo.
    Più vivi, più riflessivi, più tuoi sono i contenuti, meno sono sostituibili.
  • Articoli con struttura mista: dati + racconto + link utili
    La combinazione di informazione e narrazione funziona: un contenuto che informa e coinvolge può ancora rispondere agli intenti informazionali .
    Si tratta di linee guida date dallo stesso motore di ricerca: hanno ancora spazio i contenuti che puntano sull’approfondimento vero, non solo keyword e listoni
    Lavorare su testi che propongano un’alternanza di informazioni, esperienze, link di approfondimento rende il tuo contributo meno riassumibile. 
  • Contenuti che aprono domande, non solo risposte
    L’AI riassume bene le risposte. Ma le domande aperte restano territorio umano.
    Articoli che pongono questioni, riflessioni, dilemmi, stimolano il click proprio perché non offrono tutto subito.

In un mondo in cui l’informazione è ovunque, vince chi crea contenuti non riassumibili. Chi ha ancora qualcosa da dire, e lo dice a modo suo.

Puntare alle giuste query

pinterest per blog

Non è solo questione di titoli. È questione di query, cioè delle domande che le persone digitano su Google.


Alcune query, semplicemente, non hanno più bisogno di noi.
Se un utente cerca “quando parte il volo da Bari per Tirana” o “cosa vedere a Parigi in 2 giorni”, Google gli risponde subito.
E fa bene, perché sappiamo bene anche come utenti del web che ci sono domande per le quali tutti noi vogliamo una risposta veloce, non un racconto.

Ma ci sono altre query, meno nette, meno tecniche, meno “da FAQ”, che restano territorio narrativo meno riassumibile.
Sono quelle domande in cui chi cerca vuole anche capire, confrontarsi, sentirsi meno solo.
Ed è lì che dobbiamo esserci.

Sono le ricerche che iniziano, ad esempio, con:

  • “Vale la pena…”
  • “Cosa succede se…”
  • “Cosa significa per me…”
  • “Come trovare il coraggio di…”
  • “Perché mi sento bloccata quando…”

Ecco: Google non ha ancora imparato a rispondere quando il significato è più importante della risposta e quando ci prova, si trova ancora di fronte a lettori che non sono disposti ad accontentarsi della risposta veloce della SGE. 


In quei casi, un titolo che promette narrazione, esperienza, riflessione, vince ancora.

Un buon titolo oggi deve intercettare l’umano prima che l’algoritmo.
Se la query è “rapida”, il contenuto deve essere memorabile.
Se la query è profonda, il contenuto deve essere vivo.

La SEO che cambia forma

Ogni volta che cambia qualcosa negli algoritmi, si alza un coro: la SEO è morta.
E ogni volta, la risposta è la stessa: no, ma ha cambiato forma.
Non si tratta più solo di piazzare parole chiave nei posti giusti, ma di posizionare il tuo contenuto nella mente (e nel cuore) del lettore.

Oggi, con l’arrivo della SGE, è ancora più chiaro che scrivere per l’algoritmo non basta. Serve scrivere per le persone. E scrivere bene.
Non solo per farsi trovare, ma per farsi ricordare.

Cosa significa concretamente?

  • Investire nella profondità; Un contenuto profondo, ben scritto, originale, resta visibile. Anche se non è il primo. Anche se Google ci mette un box sopra. Del resto, già da diverso tempo, per il nostro posizionamento, non è più tanto importante essere il primo risultato letto da un lettore, ma l’ultimo. 
  • Coltivare la propria voce; È la tua voce, il tuo stile, la tua visione, il tuo tono, a renderti non sostituibile. E chi non può essere sostituito, prima o poi, viene cercato. 
    (Unisciti al video corso gratuito su come trovare, ritrovare e affermare la tua voce online). 
  • Fidelizzare chi ti legge; Newsletter, community, percorsi. Il traffico da Google può fluttuare. Ma se una persona ti legge per quello che sei, tornerà. Anche senza chiedere a un’intelligenza artificiale.
aumentare il traffico blog

In un’epoca in cui Google prova a rispondere da solo, il nostro lavoro non è finito.
È solo cambiato.
Il blogging non è morto: è diventato più esigente.
Chiede più autenticità, più profondità, più intenzione.
Chiede che ci sia davvero qualcosa da dire.

I click arrivano ancora. Ma non a chi copia, rincorre o ottimizza a vuoto.
Arrivano a chi costruisce valore. 
Contenuti che tengono compagnia. Che fanno pensare. Che restano.

Se senti che il tuo blog sta cambiando insieme a te, e non vuoi lasciarlo indietro, ho creato percorsi e coaching pensati proprio per questa fase.
Per chi ha capito che scrivere è ancora un atto di visione.
E che il web è ancora un posto dove costruire qualcosa di proprio.

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