Ma davvero viaggiare è una priorità?

Davvero, in un momento come questo, durante una pandemia, il periodo più complesso per l’umanità dal secondo Dopo Guerra, c’è gente che attende “solo” di riprendere a viaggiare?

Questa è una domanda che sento spesso in questi giorni, sui social (e dove se no?).

E ti pare che io, proprio io, non abbia una risposta?

Ecco dunque la mia risposta ragionata alla domanda impulsiva di quanti, in questi giorni, sono stupiti di come, in un momento di emergenza mondiale, ci sia gente che davvero non vede l’ora, come prima cosa, di riprendere a viaggiare.

Ognuno ha una sua idea di libertà.

viaggio in Albania_Porto Palermo
Porto Palermo, castello Ali Pasha

Ognuno vive, intende, legge e respira la libertà a modo proprio. Per molti, me compresa, libertà è viaggiare o almeno pianificare i prossimi viaggi. Quando tutto questo non è possibile, un po’ manca il respiro.
Ogni persona ha una sua motivazione legata all’infanzia, alla famiglia, alle prime cose che le/gli sono state insegnate o che ha voluto apprendere a proprie spese, ma tant’è. Fare o sognare un viaggio per molti è la massima espressione della propria libertà individuale.
C’è gente che sente la propria libertà soffocata dal non poter fare sport.
C’è chi è soffocato dal non poter vedere il proprio innamorato.
C’è chi lega la libertà al rimandare i propri figli a scuola, perché la scuola è un meraviglioso diritto e perché è bello sentire che l’onere educativo non grava solo sulle spalle dei genitori.
E poi c’è gente che lega la libertà e la sua massima espressione alla possibilità di viaggiare.
Sono nata e ho vissuto l’infanzia in un momento storico in cui viaggiare comprendeva una serie di visti, permessi e molti molti soldi. Poi è nata la libera circolazione e ci è stato insegnato che questo era un enorme passo avanti antropologico per un’umanità che aveva da sempre legato i confini ai conflitti.

Non c’è da stupirsi se il mondo è pieno di persone, soprattutto millennial, che sentono la libertà ancorata alla possibilità di viaggiare, avvicinarsi alle culture e ai territori più alieni o anche i più prossimi, basta che siano “al di là” di un confine. Quel confine per alcune generazioni non vuol dire niente. Per molti vuol dire la reale differenza tra “la vita prima” e “la vita dopo”.
(NB. non ho sbagliato, i millennials sono quelli nati tra anni ’80 e ’90 e non, come molti credono, quelli nati nel 2000).

Ognuno ha le sue crisi di astinenza e le sue paure

rimini_porto_Sabrina
Porto di Rimini

C’è chi svuota supermercati, chi fa acquisti on line per sentirsi meno isolato. C’è chi mangia e c’è chi beve, chi fuma più sigarette.
C’è chi fa 20 skype call al giorno e chi inizia a fare yoga e meditazione.
E sai che c’è? Che credo che sia tutto legittimo.
Perché ognuno conosce i suoi inferni e i suoi paradisi artificiali.
C’è chi associa il viaggio ad una fuga e al tempo stesso ad un ritrovare la versione migliore di sé, proprio quella stessa versione migliore che alcuni vedono allo specchio ogni volta che cambiano acconciatura.
Sì, anche il viaggio è una via di mezzo tra vanità e ricerca di una parte di sé forse non del tutto vera, ma almeno migliore e ideale.

C’è chi la attende come si attende di perdere quei 3 chili che permettono a molte di sentirsi a proprio agio in costume da bagno.
Nel complesso, visto dagli altri, non cambia niente, ma per te cambia tutto.

Ognuno ha il suo lavoro

macchina fotografica nikon in primo piano e crociere e porto sullo sfondo.

Dai, non ci giriamo troppo attorno. Le velate (neanche tanto) critiche a chi, durante questo tempo di passaggio tra limbo e inferno, attende di poter riprendere a viaggiare, non sono rivolte a viaggiatori e basta, ma ai viaggiatori come blogger e travel story teller (che alcuni chiamano influencer ma secondo me senza sapere di che cosa stanno parlando).

Bene, facciamocene una ragione: alcune persone, per guadagnare, viaggiano e raccontano viaggi. Fino a 20 anni fa era privilegio esclusivo di Licia Colò, oggi no. Oggi anche i travel blogger, i travel youtuber e similari viaggiano (anche) per lavoro.
E non è stato facile per nessuno di loro (cioè, per nessuno di noi) costruire una professione e una credibilità basata sul viaggiare e raccontare i viaggi qualche anno fa, quando dire di essere blogger di professione equivaleva a non essere capiti nella migliore delle ipotesi, non essere presi sul serio nella peggiore.

Per molte, viaggiare è anche un lavoro o parte di esso.

Molti blogger hanno dei cali notevoli di visualizzazioni, hanno interrotto progetti retribuiti, insomma perdono fatturato come tutte le partite iva, o buona parte di esse, in questo momento di sosta da tutto, in nome del bene e della salute pubblica.

E poi, personalmente, voglio tornare a scrivere di viaggi e non ammorbarvi più con questi miei indispensabili articoli di opinione.

Che di opinioni, lo so, in giro ce ne sono già troppe.

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