Fare attivismo sui social: ha davvero senso?

I social media hanno dei vantaggi quasi inutili da ribadire: velocità (ok, ammettiamo sia un vantaggio), possibilità di raggiungere tanta gente in poco tempo, diffusione di informazioni in tempi mai esperiti prima, dal mondo della comunicazione di massa. 

Ma a quale costo? Cosa stiamo realmente alimentando quando facciamo guidare il nostro interesse e la nostra emotività dalle bolle algoritmiche e affidiamo il nostro attivismo a piattaforme spesso liberticide e tendenti alla censura? 

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Negli ultimi giorni, giorni terribili, va ribadito qualora fosse ancora ignoto a qualcuno, mi sono imbattuta in diverse storie su Instagram in cui creator con un discreto seguito, che condividono spesso notizie sul fronte Mediorientale, denunciavano una scarsa attenzione alla tragedia in corso a Gaza da parte di altri creator; il più delle volte restano accuse senza nomi, a intere categorie.
Veniva espresso un certo fastidio verso le storie con le “morning routine”, laddove dovremmo essere tutti angosciati e denunciare quello che avviene a Gaza.

Al che, lo ammetto, mi sono sentita in colpa… per una colpa che non ho (sì, la comunicazione passivaggressiva che i social sanno alimentare fa breccia persino nei cuori di chi è veterana nella guerra ai sensi di colpa) .
Perché anche io leggo e studio e mi informo e soffro, e voto, e piango, dio sa quanto piango.
Ma con che coraggio parlo nella storia 1 della tragedia in corso a Gaza e nella storia 2 delle mie candele di Halloween?

Mi chiedo, e vorrei una risposta anche da te,
è realmente possibile e credibile fare serio attivismo solo sui social, postando una denuncia tra il post in cui promuoviamo i nostri prodotti e il post in cui parliamo della beauty routine?

Puoi anche ascoltare i contenuti di questo articolo in questo episodio del mio podcast 

E mi chiedo, quel post condiviso in una storia, è davvero un “fare qualcosa” o è un modo che abbiamo per sentirci meno frustrati e inermi, meno dannatamente impotenti davanti alle cose umanamente assurde che ci accadono intorno? 

Negli anni Novanta e primi Duemila, fare attivismo spesso corrispondeva ad attività di piazza e boicottaggio (cioè scelte di consumo). Ad esempio, noi negli anni Novanta avremmo anche, probabilmente, boicottare META e TikTOk, strumenti soggetti a censure, algoritmi fumosi che spesso ci portano all’autocensura… invece di usarlo come canale prescelto per veicolare la propria comunicazione.

La nostra sensibilità è autentica o dipende dalle bolle algoritmiche?

Fino a qualche settimana fa, ci svegliavamo la mattina seguendo con apprensione notizie dal fronte Ucraino.
Oggi siamo con il fiato sospeso, il cuore spezzato e un alienante senso di impotenza per il massacro di civili a Gaza da parte dell’esercito di Israele.
Più o meno nel frattempo in Cina (paese il cui governo controlla TikTok) continua il massacro e genocidio culturale degli Uiguri (la minoranza islamica perseguitata in Cina).
Più o meno nel frattempo, continua il massacro in Ucraina.
Più o meno nel frattempo…che fina ha fatto l’Afghanistan?
Più o meno nel frattempo, esiste ancora anche una situazione drammatica in Iran.

Dovrei forse pensare che chi consuma i pollici per condividere news su Gaza se ne infischi dei fronti ormai obsoleti per le nostre bolle algoritmche?
No, non lo penso.
Finché non lo penso, questa mia personale guerra in difesa della tolleranza posso dire di non averla ancora del tutto persa, e anche parlarne qui, lentamente, con te, mi rassicura. Perché in questo blog e in questa lentezza trovo ancora un pezzo di resistenza, quindi grazie se sei qui a leggermi.

Fare attivismo comunicativo su piattaforme che praticano con regolarità la censura, ha senso?

Noi, all’epoca delle marce per la Pace contro i bombardamenti in Serbia, contro la guerra in Iraq, contro l’invasione dell’Afghanistan, avevamo questa fantasia per cui bastasse eliminare alcune marche dai nostri consumi per danneggiare i governi guerrafondai che ancora oggi dirigono il mondo. Il mondo ci ha dimostrato che non è servito a molto.

Ciò detto, lungi da me il dire che se vogliamo smettere di nutrire sistemi liberticidi, dovremmo mollare tutti i social più utilizzati, mi pongo almeno il dubbio su quanto sia opportuno usarli come unici mezzi per veicolare il nostro sdegno.
Soprattutto mi chiedo se sia davvero il caso di prendersela con chi davvero non se la sente di usare un mezzo controllato e schierato per riversarci tutto il proprio attivismo.

Mi spiego: il creator che al mattino invece di parlare di Gaza e della sua angoscia parla della sua morning routine, non è necessariamente un creator che non ha a cuore le sorti del mondo. Ricordiamo sempre che delle vite e dell’attivismo degli altri, e anche dell’angoscia degli altri, sui social, non vediamo nulla.
Non condividere qualcosa su Instagram, una paura, un’indignazione, non vuole dire non provarla.

Le cose non esistono solo se la postiamo su Instagram.

I social sono i luoghi del fast content, dove hai senso solo se fai hype, dove tutto si esaurisce nel giro di pochi click e di poche ore. Sono i luoghi del pericolo del collasso del contesto. 

I social sono “non luoghi” in cui sono raggruppate persone molto diverse; diciamo che, se condividiamo un post con un’idea, è quasi certo che una percentuale di chi ci segue, non capisca il messaggio, lo fraintenda, e invece di farci portatori di pace diventiamo portatori di idee e opinioni polarizzate.

E noi, con i nostri post di “denuncia” cosa alimentiamo? Stiamo facendo denuncia o alimentando odio?

Odiosa è la pratica di alcuni influencer israeliani di deridere i civili a Gaza, e questi video di derisione stanno facendo il giro del mondo social, per via delle nostre arrabbiatissime condivisioni.
Ma se io condivido i contenuti più esecrabili di questi idioti, cosa alimento? Consapevolezza o odio antisemita?
Terribile è l’azione di terroristi senza scrupoli, artefici dei fatti del 7 ottobre; ma se condivido dei video delle loro violenze, senza filtri, cosa alimento? Consapevolezza o rabbia e radicalizzazione dell’odio anti islamico?

Personalmente non riesco a non solidarizzare con quei creator che, pur volendo condividere opinioni, pensieri e angosce sui fatti terribili che accadono nel mondo, hanno pudore, magari perché pensano che il loro post verrà visualizzato poco prima o poco dopo il reel sugli outfit of the day; magari hanno pudore a esprimere in 30 secondi pareri che esperti di geopolitica non riescono a spiegare bene in ore di dibattiti televisivi.

Ecco, il pudore.
Personalmente, all’epoca dei messaggi facili da 30 secondi sui social, in cui tutti possiamo sentirci attivisti con un click, se qualche influencer , micro influencer, content creator ha il pudore di non parlare di cose di cui non sa abbastanza, su cui non si è informato abbastsanza, lo vedo anche come un’ormai rara forma di rispetto per i fatti, a scapito del mercato delle opinioni che creano hype. 

Esiste un giusto modo di fare attivismo e comunicazione di istanze serie nel mondo dei social e del fast content?
Ci sono creator attivisti che ti piace seguire?

6 Comments

  • maddy

    non sono assolutamente d’accordo, penso che i social possano svolgere un ruolo importante per sensibilizzare su determinate questioni, soprattutto su argomenti che i media mainstream trattano in modo superficiale. in particolare per quanto riguarda il “CONFLITTO” IN PALESTINA e’ possibile seguire giornalisti e attivisti che non cavalcano onde per pochi click.
    Io stesso ho visitato e conosciuto quella realta’ e le persone conosciute mi chiedevano di condividere le loro storie, far conoscere la realta’ taciuta dai nostri media, per provare a creare consapevolezza. io stesso raramente utilizzo i social per condividere i miei interessi o le mie foto ma da allora cerco di sensibilizzare chi mi “segue” su notizie che altrimenti nessuno leggerebbe. Se anche 1 persona su 10 (ed e’ successo) legge e si crea un opinione grazie ad un post, e’ importante.
    Certo, possiamo continuare a a condividere foto di tramonti, spiagge e gattini con la scusa che non serva. ma la differenza rispetto ad anni fa e’ che per provare a sensibilizzare le persone su certi temi ora abbiamo anche i social.

    • Sabrina - In My Suitcase

      Ciao, grazie per aver condiviso il tuo pensiero e punto di vista.
      Su buona parte del tuo punto, sono d’accordo con te: se ricondivido una storia, un punto di vista non raccontato dalla stampa, posso portare altre persone a sapere qualcosa in più.
      Ma credo anche che questo non sia attivismo, sia semplice ricondivisione che il più delle volte ci basta e avanza per sentirci “migliori” rispetto a chi oggi ha condiviso solo, che ne so… video di viaggio o di yoga.
      Soprattutto per i nostri livelli di cittadinanza attiva, in Italia; non siamo più abituati a manifestare, boicottare, fare scelte di consumo e soprattutto scelte di voto consapevoli. Sentirci attivi solo ricondividendo i contenuti che creano altri ci mantiene sempre più legati al nostro divano. Considera anche che quasi nessuno bada più alla politica estera come elemento determinante per il proprio voto politico, tanto che l’Italia è atlantista senza se e senza ma da 70 anni, indipendentemente dalla coalizione di destra o sinistra. Insomma, credo che i social siano un’estensione meno umana dell’andare al bar a parlare di politica, ma poi di fatto non voler fare altro se non questo.
      In sintesi mi chiedo: ricondividere post e video è un modo per creare consapevolezza o auto assoluzione?

  • Antonella BARBERINI

    Grandiosa!! Grazie per aver lanciato questa …bomba.

    ero tra quelle che facevano sit-in a scuola per la pace cosmica durante la guerra del golfo nei 90 o forse era la prima guerra in iraq…. oggi, sostengo i retreat americani per la guarigione dai ptsd dei veterani americani, con un libro auto-pubblicato, e collaboro con i veterani inglesi, cresciuti a “charity e roast-beef”.

    sono scesa in strada nei mesi del green pass, a parigi, contro le imposizioni del governo macron, poi quelle del 49.3. facendo eco alle rappresaglie di trieste subito soffocate da qualche idrante… a parigi, sapevo con chi stare, nel corteo protetto e non attaccato dai crs…. te lo dico con orgoglio, se posso, sfilare / marciare in un decoro cosi’ pittoresco tra i boulevard, sentendomi protetta, a fianco di questi capelli grigi e i fiori tra i capelli… mi ha messa in pace. stavo facendo quello che avrei voluto fare in italia molte volte. battermi per i miei diritti.

    in italia, per farlo, devi prendere dei colori politici, qui ho portato una bandiera bianca. era appena scoppiata l’ukraina.
    i francesi mi hanno abbordato incuriositi dal significato di quella bandiera, ognuno mi ha dato la sua versione. quella che mi é’ piaciuta di piu’? il silenzio.

    volevo distinguermi dalle bandiere tricolori repubblicane, un po’ perché.. che ci faccio io qui? e poi anche perché quando protesti contro un governo non ha molto senso portare …il tricolore….. secondo me.

    a parte il discorso piu’ o meno politico, essere attivista secondo me parte dal dire la tua, e prendere una posizione che puo’ anche essere nel mezzo. ma devi posizionarti. su instagram e facebook non puoi essere troppo specifica. mi hanno bannata piu’ volte, compromettendo un e-commerce debuttante. doppia sberla.

    mi e’ piaciuto il post della fede dove nei commenti rimbalzava il disgusto per i fatti di gaza.
    anche lei si e’ espressa compromettendo l’engagement dell’ultimo anno. chapeau. ne guadagnera’ altrettanto.

    questa e’ la mia visione di content creator per il 2024: continuare a sostenere le mie cause (salute mentale e fisica), in favore di uno stile di vita piu’ umano e naturale. piu’ a contatto con la nostra vera natura, personalita’, e unicita’. sono una INFJ secondo i criteri meyers-briggs, una delle personalita’ piu’ rare e aggiungo sofferte… advocate.

    allora, il tuo articolo chiedeva : ha ancora senso fare attivismo sui social?
    no, se si ferma li’. servono azioni. trovare le associazioni che aiutano davvero le persone con i professionisti che credono in quello che stanno facendo. io prima mi sono sbagliata, pensa che avevo un contatto sul posto in questo retreat della florida, lei life coach e mi da un contatto di un vet che poi si é rivelato tossico, e ciarlatano. ed e’ stato allontanato, oltre che arrestato. quindi, si’, ci si puo’ anche sbagliare, anzi, e’ facendo che si sbaglia.

    giusto?

    ma si fa anche del bene. il mio libro e’ andato nelle cucine della raf tra chi soffre di depressione e sta seguendo un trattamento. ma l’ho glissato su un forum, un social network specifico, non un canale instagram. quando pero’ ho messo l’offerta free si’ …e’ andato via come ebook… purtroppo non ho molte reviews.

    riparto da zero, sabri, sei una delle mie mentori seo, e sto per fare partire il blog. non vedo l’ora di leggere i tuoi commenti.

    grazie per questo ascolto.
    anto x

    • Sabrina - In My Suitcase

      Ma quanto mi fanno sentire meno sola queste vostre risposte! Mi piace immaginarti nelle STRADE e poi sul web, tra le FOLLE e poi tra i follower, a CAMMINARE prima che a postare. Ma non per una forma di snobismo da millennial (anche se mi vanto di essere snobbosamente millenial) ma perché l’attivismo “corporis” è un modo per confrontarsi con altri con tempi più umani, lenti, stratficare fatti prima di crearsi opinioni. Mi daresti il link dove posso trovare il tuo libro per favore?

  • Francesca

    Cara Sabrina
    Come sempre hai scritto un articolo ricco di spunti dove pensieri diversi possono Almeno far riflettere e interrogarsi con le tue domande. Io posso solo dire che se vedo un post o condivisione social da parte di qualcuno che seguo e conosco come te da Tempo, posso capire l intento della condivisione e quindi dedurre se è fast contest o puro attivismo sentito. Se invece leggo e guardo con superficialità i 1000 e 1000 messaggi condivisi online su questioni importanti come quelle riferite alle guerre non posso che essere vaga Nei miei pensieri verso questi attivisti digitali. Vaga intendo forse dubbiosa, mi gira sempre in testa il tarlo, “sarà vero quello che Dice? Lo sta dicendo sul serio lo pensa Veramente?”. È per questo motivo che è necessario sempre un approfondimento sulla persona che stiamo ascoltando o leggendo online. Dobbiamo frequentarla digitalmente, informarsi che percorso ha fatto, ecc ecc…e solo dopo io personalmente riesco a dire se sono d accordo o meno. E quindi mi cjeido “chi li fa tutti questi passaggi?” Pochissime persone, proprio perché i social sono veloci e veicolano messaggi veloci. Quanti come te si sono posti le medesime domande presenti nel tuo articolo, nell arco di 30 secondo di reel ascoltato in un momento veloce di svago dai propri impegni? Credo sempre pochissimi. E poi c è sempre uno sfondo di volontà di cavalcare l onda Dell argomento per diventare “più Famosi” è più seguiti. E lo dico anche in buona fede. Alcuni attivisti e ne conosco solo una personalmente mi ha dichiarato in Onestà l altro giorno : parlare dei diritti umani di fronte a catastrofi come quella di Gaza in corso ora mi porta ad aumentare l audience e mi permette di divulgare sempre di più il mio pensiero, con l intenzione di coinvolgere nel mio movimento sempre più persone. Se i fatti non succedono io non posso parlare di diritti umani, è brutto dirlo ma è così. Quindi attenzione sempre a chi non si conosce ed online parla di argomenti sui quali non ha mai parlato. E poi condivido un ultimo pensiero sempre preso come spunto da una tua riflessione. Condividere un post sulle candele di halloween insieme o vicino ad un post riflessione su Gaza lo si può fare, perché tu sei persona che copre più interessi e li ha sempre condivisi tutti online. Se qualche leone da tastiera come tanti in questo periodo ti commenta o giudica amen che ci Importa. Quello che secondo me non è coerente è che persone non qualificate, che condividono post di gioia e leggerezza in continuazione perché vendono ad esempio online emozioni di viaggio,, frivolezza ecc ecc ad un certo punto cavalchino l attualità parlando di argomento di cui non sanno nulla. Meglio continuare a crearsi pubblico Con quello che si sa fare meglio. E per fortuna ci sono tanti influencer e tanti profili ben seguiti che non hanno affrontato nessun argomento legato All attuale conflitto a Gaza. Eppure sono sicura che soffrono o sono inquieti nel loro intimo. Giusto così. Per quanto riguarda gli attivisti anche li c è sempre modo e modo. Se la programmazione social prevede ora solo condivisione continua dei fatti di Gaza, senza include tutti gli argomenti comunque attuali su Ucraina, iran, Yemen, Iraq Mauritania solo per citarne alcune, allora non va bene ed è evidente una ricerca spasmodica di visibilità. D altronde è naturale anche che senza visibilità non si ha seguito e divulgazione. Io però rimarrò sempre legata, forse per abitudine, a chi fa e poco condivide online, nel portare avanti il proprio impegno sul rispetto dei diritti umani. Sono sempre più legata ai fatti che alle parole e quindi per me gli attivisti veri sono le tante persone che agiscono nell ombra, MISSIONARI/e, volontari in organizzazioni umanitarie, medici, volontari in generale che partono e vanno nei luoghi devastati dalla guerra o dove i diritti umani devono essere insegnati. LI ho sempre ammirati. Io il loro coraggio non l ho mai avuto e per Qeusto li ammiro. E guarda a caso non ho mai trovato dei veri profili social di queste persone. Per me Questi sono i veri attivisti coloro che combattono in prima linea.

    • Sabrina - In My Suitcase

      Ciao Francesca, grazie per il tuo pensiero. Mi sono presa qualche minuto per rileggrelo più volte, perché volevo essere certa che non mi sfuggisse alcuna sfumatorua di significato. Io mi chiedo anche se, a volte, la condivisione veloce di “auto assolva”; a volte i leoni da tastiera sono gli stessi creator, che commentano in modo vago ma neanche tanto gli altri crearot che non prendono posizione (sui social, perché poi che cosa ne sanno di come quanto e quanto prendono posizione nella vita fuori da questi micro schermi?). Dunque per molti, ora per Gaza come mesi fa per gli incendi nei boschi, bastava un post su “salviamo madre terra” per sentirci partecipi e assolti. NB: … l’australia non ha mai bruciato come in queste ore. Ma nessuno ne sa niente, perché non è il topic mainstream. QUIndi mi chiedo ancora, i social ci aiutano davvero a diffondere notizie e consapevolezza, o servono solo a polverizzare nel buio quello che non fa fare più hype?

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