Negli anni, ho accompagnato decine di persone nel creare il loro blog di valore. E quasi sempre, all’inizio del percorso, si presentavano già stanche.
Già in crisi.
Non perché mancassero di idee o contenuti — anzi, spesso era il contrario: avevano troppo da dire, troppe cose che premevano per uscire.
Ma non trovavano spazio.
Non trovavano voce.
Molte delle mie corsiste (e i miei corsisti, ma declino al femminile perché sono donne per il 90%) vengono da un’esperienza narrativa basata su tentativi fatti sui social e le piattaforme di infotainement;
e proprio queste piattaforme le avevano portate a pensare non tanto che scrivere non fosse più importante, ma che fossero loro a sbagliare.
Loro a non essere brave, a non avere talento, a non avere qualcosa di interessante da dire.
Come pesci velocissimi o sirene armoniose che, messe sulla terra ferma, si convincono di non essere valide perché non si sanno arrampicare su un albero.
Se ho un ruolo, in questo contesto, è quello di riportare le sirene in acqua.
Mettendo un attimo da parte le dinamiche del mio lavoro, mi interessa oggi parlare anche con te di come la corporeità sia diventata paradigma dello storytelling moderno, o almeno così siamo orientati (erroneamente) a pensare.
Ci siamo convinti o fatti convincere che lo storytelling online sia solo per chi ci mette la faccia, la voce, l’outfit.
In molti casi, persino una tendenza all’auto iper-sessualizzazione, al solo scopo di fare hype e sentirsi “visti”, e ascoltati.
Sovraesposizione e effetto auto-svalutazione
Oggi chi scrive, chi ama scrivere, si trova spesso intrappolato in un paradosso: deve esporsi visivamente per ottenere attenzione sui contenuti scritti.
Una sovraesposizione dell’immagine personale (corpo, volto, outfit, sorriso, ambientazioni) che finisce per occupare tutto lo spazio narrativo.
Il contenuto, la riflessione, il pensiero… scivolano sotto, come didascalie trascurabili.
Accade allora una cosa sottile, ma devastante: i contenuti scritti, quelli veri, quelli costruiti con cura, con un pensiero dietro, vengono percepiti come accessori.
Qualcosa che serve a “tenere compagnia” al carosello, al reel, alla foto ben editata.
E così il testo perde autorevolezza. Viene sottovalutato, compresso, ignorato.
Nel frattempo, si diffonde l’effetto fast content: dobbiamo pubblicare tanto, tutto, subito.
L’urgenza di esserci, di non “sparire”, diventa più forte del desiderio di dire qualcosa di sensato.
E chi ha una voce più lenta, più riflessiva, finisce per sentirsi fuori tempo massimo.
Infine, il colpo di grazia: l’introduzione silenziosa (ma potente) di un dogma tossico. Se non sei virale, non sei bravo.
E poco importa che tu stia cercando di comunicare qualcosa di profondo, o utile, o molto complesso: se non funziona subito, allora non funziona affatto.
Dal corpo performativo alla narrazione introspettiva
È qui che entra in gioco il blog, come luogo per ri-posizionarci sulla narrazione legata ai concetti, e non alla performance.
Un blog non è un semplice contenitore di testi. È, prima di tutto, una casa narrativa:
lo spazio in cui il tuo sguardo prende forma, e le parole non vengono inghiottite dopo ventiquattro ore o scrollate via in tre secondi.
È un archivio ragionato, che cresce con te e che puoi curare, ordinare, riprendere, aggiornare. Non si tratta solo di “mettere qualcosa online”, ma di costruire una trama, un tessuto connettivo tra ciò che sei, ciò che pensi e ciò che racconti.
Nel blog prende forma anche l’identità autoriale:
quella che i social spesso schiacciano tra mode narrative impersonali, formati obbligati e continui inviti all’adattamento.
Qui puoi scrivere per davvero. Puoi sviluppare una voce, scegliere un ritmo, costruire un lessico. E puoi farlo senza filtri, senza audio trendy, senza costrizioni estetiche.
Per molte delle persone che seguo nei miei percorsi, questa è la svolta più potente: tornare a usare le parole anche senza usare anche il corpo.
Scrivere senza dover apparire. Raccontare senza mettere in scena. Non perché esporsi sia sbagliato; come ben sa chi mi segue, non sono affatto timida e la componente performativa mi piace, si allinea con il mio modo di essere.
Ma come blogger attiva da ben prima che nascesse Instagram so che “metterci la faccia” non è il solo modo per narrare un mondo, un segmento narrativo, una passione, un interesse.
Il blog ti restituisce la possibilità di creare contenuti senza che la tua faccia, il tuo fisico, la tua voce o il tuo stile diventino il contenuto stesso.
È uno spazio dove puoi finalmente dire:
“Mi leggi, non perché ti intrattengo, ma perché ho qualcosa da dire.”
Per esprimerci al meglio ci serve spazio. Uno spazio libero, a volte fisico altre virtuale, dove, soprattutto, non siamo messi alle strette con la necessità di essere anche attori, speaker, performer…
Se vuoi crearti questo spazio, puoi anche iniziare da qui.
2 Comments
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Sabrina - In My Suitcase
Tu che scrivi nel beauty lo sai fin troppo bene: ci avete messo 20 anni nel convincere che l’immagine è importante ma non è tutto, e oggi siamo di nuovo qui con un algoritmo che ci convince che il nostro valore sta nei primi 3 secondi. Voglio morì!! Grazie a te, Marti
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Martina
Ciao sabri. Ormai, tutto è performAnce. Ogni cosa deve essere fatta per performare, per piacere, per essere “a posto”, soprattutto sui social.
Si vede costantemente; 10 profili con contenuti pressoché tutti uguali. Per non parlare dei famosi “ganci”, “dei 3 secondi per catturare l’attenzione”, come se fossero l’unica cosa da valutare in quel contenuto, o se sempli se vale la pena fermarci per un istante e semplicemente ascoltare.
Lo spazio meraviglioso del blog, invece, é libero da schemi, da quella VelociTà tossica che ormai siamo abituati a CHIAMARE “scrolling”, da quella pressione. Il blog da tempo e spazio come dicevi tu.
Grazie per questa riflessione.
Un abbraccio.