5 tipologie di viaggiatori che… ci devono delle spiegazioni

Non spariamo sulla croce rossa. Non parlerò dei turisti consumisti, maleducati e inconsapevoli: a quelli manco voglio chiedere spiegazioni.
Non elencherò neanche a i comportamenti noti di quanti all’estero mangiano solo italiano o a quelli che fanno continui confronti tra il proprio paese e quello che stanno visitando perché, in fondo, si tratta di comportamenti che rientrano nel proprio percorso personale di adattamento e che ritengo meno opinabili di quelli che sto per elencare.

Mi rivolgo, incuriosita, ai viaggiatori e viaggiatrici per così dire “illuminati” che, pur nella loro via di Damasco, fanno comunque cose che non capisco.

Alert! segue alto livello di antipatia e sarcasmo.

Il Travel-Nazi

sabrina pretending to be scaried

I super entusiasti del viaggio amano le altre persone che viaggiano. E fin qui, tutto ok.

I super entusiasti del viaggio, a volte, valutano le persone proprio in base a se e quanto esse amino viaggiare.
E io già qui avrei delle riserve…

I super entusiasti del viaggio, spesso, cadono nel terribile errore di credere che chi non ama viaggiare o chi ha altre priorità sia una persona meno curiosa, meno propensa alla scoperta, alla tolleranza, all’apertura. Persino meno colta o intelligente.
E questo giudizio, a mio avviso, è un grande sintomo di chiusura mentale.

Perché li chiamo Travel-nazi? Perché passare da “il viaggio ci rende persone migliori” a “chi non viaggia è una persona peggiore (leggi inferiore)” è un attimo.
Per altro, mi si permetta una cinica considerazione: il genere umano ha sempre viaggiato, per un motivo o per l’altro.
Dovremmo in pratica essere il migliore dei mondi possibili, dovremmo a quest’ora essere un’umanità tollerante, amorevole ed empatica, invece…

Quelli che non amano i posti “troppo turistici”

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mauro mora, unsplash

Che tu sia un viaggiatore equo e solidale, che tu faccia solo viaggi in bici, a piedi, sui gomiti e a impatto zero, che tu faccia un viaggio per scoprire la natura, la cultura, la storia… insomma anche se sei il viaggiatore che tutti amano e che fa del bene ad ogni posto che visita, fattene una ragione, sei un turista anche tu.

Anche tu dai fastidio a qualcuno che vuole farsi una foto nel centro di una piazza San Marco che vorrebbe fosse deserta, anche tu sei parte della folla che rende meno instagrammabile Akshardham a Dehli, anche tu sei, per qualcuno, quel turista di troppo che rende un posto meno “vero”.
Anche se vai a visitare l’angolo più sperduto di una foresta in Alaska, dal momento stesso in cui ci metterai i tuoi amabili piedini da viaggiatore, quel posto diventerà una meta turistica. Per qualcuno come te, “troppo turistica”.

Quelli che “millemila paesi visitati”

Qui, devo ammetterlo, ci addentriamo in una pietra dello scandalo specifica della categoria cui appartengo.
Ho già scritto un intero post in cui esprimo la mia in merito ai record di paesi visitati e altre cose che, soprattutto ai travel blogger, stanno un po’ sfuggendo di mano.
Non è che, niente niente, il numero di paesi visitati sta diventando una vanity metric esattamente come il numero di follower su Instagram?

Qual è l’utilità di aver “visto” tot paesi, laddove quel tot è un numero alto?
Qual è il senso del farlo diventare un trofeo?
Non funziona come ai tempi della corsa alla terra dell’Oklahomaanche se metti la tua bandierina il paese non è tuo, quindi rilassati! 
Pensierini personali:
– Mettere i piedi in una o due città non corrisponde a visitare un paese (speravo fosse un pensiero ovvio ma, a quanto pare, non lo è).
– Sei hai meno di 50 anni, viaggi da meno di 20 e hai già “visto” 200 paesi, è davvero un elemento di merito?

Dato universale e oggettivo:
Il Turismo super veloce danneggi i posti che visitiamo.

Quelli che fanno le cose che fanno “i local”

dove mangiare e bere a riga
Ezītis miglā, quartiere di Kalnciema

Il livello di antipatia di questo post, me ne rendo conto, sta raggiungendo livelli imbarazzanti ma, giuro, le mie parole sono anche miste di ironia e auto critica oltre che del mio recitassimo sarcasmo.
Anche io ero una di quelle che “facciamo le cose che fanno gli abitanti del posto, andiamo dove vanno gl abitanti del posto, fingiamo di essere abitanti del posto”.
Poi… mi sono vista come una colonialista che si nasconde tra gli indigeni per vedere che cosa si prova.
Ho sentito un po’ del peso di quella appropriazione culturale indebita.
Ovunque andiamo, è sempre noi stessi che ci portiamo dietro, con il nostro background e immaginario che sarà sempre diverso da quello degli abitanti di qualunque altro posto.
Un immaginario che non vede l’ora di essere arricchito e contaminato, ma che non sarà mai quello di un local, anche se ne si scimmiotta la parte.

Quelli che in patria non sono religiosi ma all’estero pregano tutti gli dei Dei dell’Olimpo e oltre

Kutaisi
Kutaisi, Georgia

Cadiamo sempre nell’alveo dell’appropriazione culturale, che però tocca una sfera della quale, pur non essendo religiosa, ho profondo rispetto.
Perché nel tuo paese sei ateo, agnostico, abbasso le religioni oppio dei poveri, madri di tutte le guerre, e poi all’estero mi vai a pregare in tutti i templi? Cioè, non li vai a visitare, vai proprio ad accendere ceri, lumini, offrire latte alle statue di elefanti e gatti, ti inventi anche religioni e riti che non esistono! Me la spieghi?
Davvero, ci tengo!
Perché la religione ti fa schifo solo se è quella dei tuoi nonni ma se è quella dei nonni degli altri ti fa simpatia e ti ispira rispetto?

Aggiungi pure punti a questo elenco nei commenti: quali tipologie di viaggiatori e viaggiatrici “ci devono delle spiegazioni”?

23 pensieri riguardo “5 tipologie di viaggiatori che… ci devono delle spiegazioni

  • 21 Gennaio, 2020 in 11:34 pm
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    Sono perfettamente d’accordo con le ultime due, cadendo anche un po’, personalmente, nella penultima perché si sa: nei primi viaggi si fa davvero qualsiasi cosa, anche stupidaggini del genere.

    Meno d’accordo con il “meno turistico”. Chi si definisce tale non va a Venezia, perché appunto conosce la “turisticità” del luogo, ma altrove. Io ad esempio anni fa volevo andare all’estero per migliorare l’inglese. Tutti Londra, Londra ma io non ho voluto metterci piede proprio per la confusione in cui vive e i migliaia di italiani che ci sono, optando per una città meno turistica come Cardiff. Mai scelta fu più saggia. Meno turistica, più vivibile.

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    • 5 Febbraio, 2020 in 2:11 pm
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      Ora, posso capire la scelta di non andare a Londra se l’obiettivo è migliorare l’inglese. Scegli una destinazione più economica e con meno italiani e porti a casa il risultato in modo ottimo. Ma, permettimi di dire, non visitare una città come Londra, con un fascino pazzesco, accogliente, internazionale, romantica, piena di arte e di ispirazione, una città che se la visiti diventa parte della tua cultura generale per tutta la vita… perchè è molto turistica, ecco secondo me è una cosa ottusa.

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  • 21 Gennaio, 2020 in 7:48 pm
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    Adoro la tua ironia! 🙂 Io invece non capisco i viaggiatori che preferiscono sempre i tour sull’autobus (per visitare l’Europa), perché in ogni paese fermano sempre per qualche ora e sopratutto al centro…e poi creano l’elenco dei paesi che hanno visitato…

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  • 20 Gennaio, 2020 in 10:59 am
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    Un articolo, estermamente ironico che mi ha starappato non poche risate e fatto riflettere su come dovrebbe essere il vero spirito con il quale si viaggia

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  • 19 Gennaio, 2020 in 10:37 pm
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    Questo tuo articolo moto ironico mi ha fatto ridere e contemporaneamente riflettere tanto.

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  • 19 Gennaio, 2020 in 5:10 pm
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    Non avevo mai pensato a quanti tipi di viaggiatori possano esistere, io non riesco a riconoscermi in nessuna di queste categoria, credo sia un bene! ahaha

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  • 19 Gennaio, 2020 in 4:40 pm
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    Molto bello e divertente l’articolo io non ho fatto molti viaggi però nei pochi che ho fatto non sopporto molto quei tipi che vanno in un posto e credono di sapere tutto loro.

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  • 19 Gennaio, 2020 in 9:13 am
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    Da viaggiatrice sono venuta di cosra a leggere questo articolo, e, risate a parte (neanche troppe!) mi trovo a condividere moltissime delle tue parole! In particolare tempo fa ho fatto la tusa stessa riflessione riguardo agli influencer poco più che ventenni che vantano 45 Paesi visitati. Mi verrebbe da chiedergli: consideri anche i viaggi fatti con mammà a 2 anni, oppure per te gli scali aerei soo considerati “aver visto un Paese?”

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  • 18 Gennaio, 2020 in 9:58 am
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    Mea culpa, credo mi odieresti molto se ci conoscessimo dal vivo ahahah Rientro sicuramente in un paio di tipologie come quello dei luoghi “non troppo turistici” e “living like a local” che ammetto è uno dei mie mantra. Credo che alla fin fine, siamo un po’ tutti un misto delle varie categorie, basta non prendersi troppo sul serio proprio come hai fatto tu!

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  • 18 Gennaio, 2020 in 9:05 am
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    Presente! Sono la turista che non vuole frequentare posti turistici e che odia la folla nei luoghi d’interesse..e che poi fa la coda nell’angolino di quella località che ha visto su Instagram! Sono terribile ma per fortuna capita meno frequentemente di quello che penso.

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  • 15 Gennaio, 2020 in 10:41 pm
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    Davvero un bell’articolo spiritoso e divertente. Considera che viaggio poco e vado sempre negli stessi posti per cui…

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  • 14 Gennaio, 2020 in 10:47 am
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    Innanzitutto: buongiorno! 😉 😉
    Mi sono divertito nel seguirti lungo questo tuo viaggio e mi sono ritrovato ad essere fatto soggetto di più d’una tipologia! Ciò che prima era un mero sospetto, oggi è spavalda certezza: so cosa pensano di me i “Travel-Nazi”! Io che l’unico modo che conosco per viaggiare è leggere, e durante il viaggio, poi, si sa, si cominciano a vivere altre vite. Riguardo ai “non credenti” che all’estero “credono”… Be’, io la vedo solo di una spanna diversamente: se uno è (per convinzioni personali) sprovvisto di “fede”, non credo proprio che all’estero possa fare il grande balzo; penso che il sentimento allorché genuino sia da consumarsi nella penombra, lontano dai riflettori. L’unico desiderio che vedo in gente siffatta è quello di scattare qualche foto in più, e chissà, magari pontificare al ritorno in patria… 😉

    Il mio augurio per un sereno martedì di metà Gennaio. Un sorriso, di buon auspicio.

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  • 13 Gennaio, 2020 in 10:06 am
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    Il tuo post è davvero fantastico! Sto ancora ridendo… A parte questo, fa riflettere molto! Mi ci metto dentro pure io eh… Sicuramente sono tra quelli che contano i Paesi visitati, ma in genere non mi limito alla capitale o ad un paio di città, anzi… Non credo invece di fare parte del gruppo che evita i posti ‘turistici’, ma sicuramente sono tra quelli a cui viene l’orticaria se si ritrova nel posto più bello del mondo insieme ad un milione di persone…

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    • 13 Gennaio, 2020 in 10:12 am
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      haha, la verità, cara Maria Grazia, è che in questo girone dell’inferno che ho creato apposta per noi viaggiatori, ci siamo dentro tutte e tutti, in un modo o nell’altro 🙂

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    • 16 Gennaio, 2020 in 8:42 am
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      Direi che la categoria che meno sopporto è sicuramente quella dei viaggiatori con la “spocchia”, cioè di quelli che, finti sapientoni, si ergono a profondi conoscitori del posto, delle tradizioni e cultura locali… almeno fino a quando qualcuno non pone un semplice quesito tipo “qual è la capitale della regione che confina a nord con questa?” e cadono come pere cotte
      Maria Domenica

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      • 16 Gennaio, 2020 in 10:08 am
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        Vabbé, imparare come vivono le persone di una piccola comunità in Vietnam non vuol dire diventare subito esperti in geopolitica internazionale. Non ha senso ostentarlo ma neanche pretenderlo.

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  • 11 Gennaio, 2020 in 6:53 pm
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    Ahahahah post fantastico! Nella mia lista quelli che odio di più sono “ho visto 150 Paesi in due giorni” però devo ammettere che in Inghilterra sono andata a sentire un rito di qualche Chiesa per sentire la musica. I gruppi cristiani che suonano musica cristiana nelle chiese locali là sono molto bravi, nulla anche vedere con i penosi cori cattolici dei paeselli nostrani che al massimo c’è l’organo. Esperienza carina, ma ecco, non troppo religiosa per me 😉

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    • 13 Gennaio, 2020 in 10:01 am
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      Quelli che fanno a gara per il numero dei paesi hanno da sempre un posto speciale nel mio girone dell’inferno. Ma andare a sentire un coro in chiesa, dai, non è appropriazione culturale. Vai ad ascoltare una performance che non è solo preghiera ma anche umana bravura.

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