Vita da digital nomad: come (ri)trovare il tuo equilibrio… usando i social network

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Non sono della scuola di pensiero che vede i social network come il male assoluto del lavoro e delle relazioni. Se ben gestiti possono essere utili non solo per il personal branding, non solo per la promozione della tua attività, non solo per le pubbliche relazioni. I social possono insegnarci molto. Adesso ti spiego, tra il poco serio e molto faceto, come puoi stabilire o ristabilire un equilibrio personale tra vita privata e identità nel tuo lavoro, con alcuni “giochi” di autocoscienza da fare sui social.

Svolgere un lavoro che ti piace, un lavoro creativo, senza eccessivi vincoli di orario anzi, spesso soggetto a variazioni improvvise è stimolante.
Divertente.
“Inspiring”.

Fare un lavoro che ti consente di lavorare da ogni dove è elettrizzante.
E’ un bel risultato. So’ soddisfazioni.

Ma guardiamo in faccia la realtà: un lavoro da freelance e nomade digitale rischia di farci perdere o di non farci mai trovare una vera stabilità lavorativa e anche emotiva nonché di disorientarci nella gestione dei noztri ritmi tra vita privata/lavoro.

Per quanto mi riguarda, io ripianifico i miei ritmi lavorativi e la pianificazione di tutte le attività almeno una volta al mese e comunque ogni volta che inizia un nuovo progetto o ho un nuovo cliente.

Per on parlare del fatto che almeno 4-5 volte all’anno, da quando ho la partita iva, devo sedermi e ristabilire i confini tra vita privata e lavoro.

Hai anche tu lo stesso problema?

blogger and digital nomad

Per quanto si pensi che chi sceglie di lavorare come freelance e nomade dgitale non ha, a prescindere, un buon rapporto con l’idea stessa di stabilità e regolarità, io credo (o meglio, vedo) che si tratta di un enorme stereotipo da sfatare.
Prima di tutto perché spesso chi diventa freelance e nomade digitale non lo fa esattamente per una scelta lucida: ci si trova.
E’ un modo per fare quello che si sa fare o che si vuole fare sfuggendo alle logiche di contratti cococo e affini e dei nuovi schiavismi globali. E’ un modo per reagire ad un mercato “diversamente stabile”, spesso ingiusto, senza mettersi in un angolo e piangere.

Oppure ci si imbarca in un progetto autonomo con entusiasmoma non sempre consapevoli delle difficoltà che si incontreranno (per fortuna). E poi sì, è anche un modo per lavorare senza chiedere scusa o permesso a nessuno se una mattina ci si vuole svegliare alle 10.00 (fermo restando che si dorme fino alle 10.00 solo se la consegna delle 9.00 l’hai fatta la sera prima, con 10-12 ore di anticipo).

E aggiungo, per distruggere del tutto lo stereotipo del freelance come spirito libero anarchico e un po’ fricchettone,  una sola certezza: senza una buona programmazione e costanza certosina, senza un’auto disciplina da accademia di danza albanese, non si va lontano.

Insomma, veniamo al punto: essere freelance e nomade digitale è molto bello, perchè si è “free” e si è “nomade”, due concetti bellissimi. Eppure sono certa che tra non più di vent’anni (anche meno, anche dieci) ci sarà una branca di psicologia che studierà gli effetti sulla psiche di questa nuova tipologia lavorativa (non scherzo, sono serissima, lo penso davvero).

Vediamo come fare per non essere tra i clienti di questa futura e prossima categoria di psicanalisti, almeno, non per terapie che superino i 10 anni, perché saremo anche liberi e nomadi, ma la psicanalisi non credo che potremo permetterela.

1 – Come parli del tuo lavoro? E come parli del tuo lavoro in relazione con te stessa?

work

Credo fermamente nel concetto che “io non sono il mio lavoro”.
Ma credo anche se se si applica al 90% ad un lavoratore dipendente, per un freelance è vero solo al 50%.
Perché per essere freelance (designer, traduttore, blogger, giornalista o reporter o grafico senza contratto fisso ecc.) ogni lavoro che prendi, viene dopo una serie di incontri, té e caffè, esperienze e idee condivise, ricerca, auto analisi (posso farlo? so farlo? posso propormi per questo tipo di lavoro) che ci hanno coinvolti al 100%.

Io prima di ogni nuovo lavoro stringo amicizie, leggo, mi faccio coinvolgere, condivido idee. E se la mia identità non è legata solo al mio computer è di certo legata alle persone che frequento, ai progetti che mi piacciono, alle ore di sonno alle quali volentieri rinuncio e ovviamente ai miei viaggi, parte del mio lavoro.

Quindi, se sei un freelance… sì, sei anche il tuo lavoro.

E quindi la faccenda diventa un problema di identità personale, soprattutto dal momento che molti di noi non sanno spiegare esattamente ai propri genitori che lavoro fanno.
Se qualcuno chiedesse esattamente ad un membro della mia famiglia al di sopra dei 25 anni che cosa faccio per vivere, credo che tutti avrebbero momenti di silenzio e difficoltà. Per carità, direbbero “è molto brava”, “è molto sveglia”… poi direbbero “giornalista” (risposta sbagliatissima), “scrittrice” o “traduttrice” (risposte vere solo in parte).
Sappi che alla lunga il non sapere come descriversi (o descrivere il proprio lavoro) in poche decodificabili parole, può essere alienante.

Ti suggerisco un trucco. Il trucco numero 1.

 #1 – twitta la tua identità lavorativa

No, non sono scema, o almeno meno di quel che sembra. Ti sentirai meglio se saprai scrivere che cosa fai per lavoro in soli 120 caratteri. Twitter ci ha insegnato il dono della sintesi, mai come in questo caso può essere prezioso.

Poi impara il tuo tweet a memoria e usalo quando qualcuno ti chiede che lavoro fai.

Rendi sano e salutare il tuo ambiente di lavoro.  

Professional identity daily reminder.

Una foto pubblicata da sabrina (@in_my_suitcase) in data:

Scommetto che sei disordinata, vero?
Se non lo eri prima, lo sei diventata qualche tempo dopo il tuo ingresso nel mondo dei freelance, vero?
La verità è che lavorare da “dove vuoi” spesso equivale a lavorare “dove puoi” e dove c’è una connessione wi-fi. Passare da casa al co-working, da una stanza di hotel a casa della nonna può essere più destabilizzante di quanto tu stessa non ti renda conto.

Cerca, nei limiti del possibile, di mantenere sempre simile a se stesso e ben in ordine il desktop e le cartelle del tuo computer. Si tratta della sola cosa che avrai sempre con te per lavoro, rendila almeno parzialmente una certezza.

E tieni poche cose, e in ordine il più possibile, almeno quegli angoli in cui lavori più spesso.

In breve:

#2 – fai che la tua postazione di lavoro assomigli a quella che posteresti su Instagram

Leggi questi consigli pratici su come creare un buon ambiente lavorativo

L’importanza degli altri nella tua costante ricerca di motivazione

friends

Una delle cose più difficili che ho dovuto affrontare nel passaggio tra lavoro d’ufficio e vita da freelance è la mancanza di lavoro costante con altre persone.
Se per alcuni versi è stata una delizia (sono più veloce, ho meno distrazioni ecc.) per altri è stata una vera croce (risolvere da sola i problemi tecnici, nessun momento di brainstorming creativo, nessun input dall’esterno ecc).
Credo che lavorare in spazi di co-working almeno due o tre giorni a settima possa essere salvifico e utile, non solo per avere nuovi contatti ma anche per non perdere di vista il mondo e i suoi ritmi.

Quando non ho uno spazio di co-working nelle vicinanze, io cerco di ovviare all’isolamente chiedendo aiuto a gruppi facebook di colleghe e colleghi. E’ come entrare in camere virtuali con colleghi di ogni parte del mondo e visioni multi sfaccettate di ogni problema da risolvere.

Quindi il terzo consiglio è:

#3 – Unisciti a  gruppi di tuoi colleghi su facebook per avere spunti e nuovi consigli
e unisciti a twitter chat. 

Nel farlo, please, stay positive! Entrare in un gruppo per condividere frustrazioni, lamentarsi dell’INPS e delle tasse, essere sarcastici sui competitor ecc. fa male a te e a chi ti legge.

Qui divento seria: piangersi addosso e piangere addosso agli altri, in questo tipo di lavoro, non paga. Annerisce l’anima, le speranze e l’entusiasmo iniziale.

Infine, ultimo consiglio che può portarti anche un po’ di nuovi contatti e clienti:

#4 – usa e diffondi positività e ironia attraverso i tuoi canali social. 

Ognuno cura la propria immagine pubblica come meglio crede e sente, ovvio. Ma l’arte del differenziarsi è importante.

Nella fabbrica del disagio e della polemica, un raggio di sana ironia mi colpisce sempre e mi svolta la giornata. E tutti preferiscono lavorare con chi rende migliori le giornate, no?

3 pensieri riguardo “Vita da digital nomad: come (ri)trovare il tuo equilibrio… usando i social network

  • Dicembre 3, 2016 in 6:01 pm
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    Forse un lavoro da freelance e nomade digitale non è un lavoro stabile che dia una sicurezza finanziaria, però i vantaggi sono molti – ti diventi il manager di te stessa e sei l’unica responsabile del successo della tua piccola impresa! Come ha detto un giorno Oscar Wilde ‘La vità è troppo breve per spreccarla a realizzare i sogni degli altri’ Quindi, bisogna sempre trovare la propria strada, ciò che ci rende felice e soddisfatti!

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  • Novembre 25, 2016 in 11:42 am
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    Beh, che dire ? Posso solo che ringraziarti per questo articolo. Per chi ha scelto deliberatamente di essere un libero eclettico nomade del lavoro fa bene sentire che le dinamiche auto-gestionali sono comuni anche ad altri. E vorrei sottolineare l’enorme ruolo ed importanza che le persone a noi più care e vicine hanno in queste dinamiche e nel supporto alle nostre scelte. La forza che ci spinge ad insistere in questa non-strada , perchè una strada non è, ce la inventiamo, spesso viene da loro, dalle mogli, dai figli, dai genitori che con la loro comprensione ed empatia nei momenti di nebbia ci supportano incondizionatamente.

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    • Novembre 25, 2016 in 11:49 am
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      Vero Fabrizio, ma per me solo in parte. Le persone che amiamo e che ci amano, sempre son croce e delizia. Sinceramente la mia mamma premurosissima solo da poco ha smesso di ribadire che darmi all’insegnamento sarebbe stato meglio :-).
      E molte persone fanno ancora fatica a capire che se non rispondo sempre al telefono non è perché sono stronza (cosa che sono davvero) ma perché anche io devo seguire un orario di ufficio, almeno provarci. 😉
      La fiducia in quello che faccio senza chiedermi perché lo faccio mi è stata più di aiuto di chi mi ama, perché mi ha dato il coraggio di far cose che a loro (a chi mi ama) facevano e fanno paura. Ma è solo la mia storia 😉

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