Mi capita molto spesso di osservare lo stesso fenomeno in molte delle mie corsiste, nei miei percorsi di coaching per i progetti di blogging:
persone aprono un blog per il motivo più basilare, semplice e genuino, cioè
- scrivere
- divulgare
- condividere
- raccontare
in uno spazio proprio, in massima libertà di espressione.
Poi il progetto cresce, perché cresce l’entusiasmo, la competenza, la consapevolezza.
Il blog funziona bene perché sa essere laboratorio di idee e possibilità, elemento tipico della scrittura long form.
Dunque nasce da un blogger l’idea di creare
- una newsletter
- un podcast
- un canale youtube
- portare il long form anche su piattaforme di infotainment (Instagram e TikTok) come normale estensione crossmediale del progetto base.
Questa è un’evoluzione buona, nata dall’entusiasmo e anche da una strategia (almeno, se si lavora con me, c’è sempre una guida strategica).
Ma accade che, lentamente, per stare dietro a tutto questo, il tempo da dedicare alla scrittura si riduce, il tempo per il pensiero accellera, iniziando a dipendere anche dai trend e ad essere influenzato dai feedback immediati.
Quasi senza accorgercene, perdiamo quell’entusiasmo che ci aveva permesso a fare quei passi in più.
E quell’entusiasmo che appare spegnersi, les amies, veniva proprio da lì, dalla scrittura.
Dalla parte approfondita del nostro pensiero, dalle frasi che non devono temere il word count di una didascalia ingaggiante su Instagram, che non devono attendere né cuoricini né commenti in quei famigerati “primi tre minuti”.
Prima di darti delle indicazioni (tutte sperimentate da me, che non sono esente, come blogger di mestiere da oltre quindici anni, da momenti come questi), voglio spiegarti perché accade e farti capire che non è “crisi creativa” ma un processo dopaminergico alterato.
- fare troppo, da sola, genera una stanchezza latente, che si manifesta attraverso un risparmio energetico inconsapevole.
- ogni altra piattaforma non di nostra proprietà (social, infotainment, podcast) ci impone dati e feedback della community sempre, senza che siamo noi a volerla vedere. Questo ci carica e, subito dopo, ci svuota;
- il nostro progetto sta smettendo, pian piano, di essere solo un’idea, un sogno, sta diventando qualcosa di reale, nel mondo reale. Ci serve un po’ di tempo per metabolizzare questa consapevolezza e capire se è davvero questo che volevamo.
Perché l’idea del successo di un blog varia e non è detto che il successo che stiamo raggiungendo è realmente quello che ci rappresenta, come ho specificato anche in apertura del mio manuale GUIDA AL SUCCESSO DI UN BLOG PICCOLO.
Teoria finita, veniamo alla pratica. Cerchiamo di ritrovare insieme quel piacere che ci ha fatto stare così bene, nella nostra casa online.
Torna all'articolo che ti ha fatta sentire "te"
Ti è capitato di certo di scrivere quell’articolo dopo aver pubblicato e riletto il quale hai sentito che quella era la parte migliore di te.
Ogni volta che accade, ricordatelo.
Anzi, crea un piccolo file elenco di articoli che hanno avuto questo effetto su di te.
Rileggi quegli articoli, fai uno forzo di memoria e ricorda da cosa erano nati.
Chiediti cosa hanno dentro, che ti rappresenta/rappresentava così tanto.
Cosa traspare di te?
Per 48 ore smetti di consumare contenuti
Sì, consumare.
Diciamocelo senza vergogna:
il feudalesimo digitale ci fa consumare contenuti, uno dietro l’altro.
Per un paio di giorni, interrompi il flusso del consumo.
Restare a lungo immersi nei contenuti degli altri ci fa perdere facilmente il focus sul nostro pensiero;
Iniziamo a riempire la testa di stimoli e distrazioni e non ci diamo lo spazio per creare pensieri nostri, nuovi.
ATTENZIONE: Se questo esercizio ti risulta particolarmente difficile, è la prova che più del 50% del tuo blocco è nasce proprio da qui.
Scrivi qualcosa che non pubblicherai
Da quanto tempo non scrivi qualcosa che non abbia uno scopo?
Una pagina, una riflessione sgrammaticata, un pensiero scritto a mano su un taccuino?
Il fatto che ogni volta che abbiamo un pensiero interessante lo vogliamo condividere con le nostre community denota da un lato una meravigliosa generosità e un grande peso che diamo alle persone che ci seguono, e questo è bellissimo.
Ma i pensieri migliori che diamo a chi ci legge nascono da quello che teorizziamo senza l’ansia della performance.
Io ho riacquisito un’incredibile verve comunicativa, ho triplicato le mie idee, i miei articoli, i miei reportage per altri ecosistemi digitali, ho creato un nuovo blog persino, proprio da quando ho ripreso ad annotare pensieri e disegni sui miei taccuini.
Per me, quelle pagine, sono il solo posto davvero libero rimasto sulla terra.
Non leggere solo per imparare
Creare il tuo ecosistema digitale, il tuo progetto comunicativo crossmediale, presuppone molto studio.
Quindi, giustamente, non smetti mai di formarti (anche leggendo i miei blog) e questo è bene.
Ma non limitare i tuoi spazi neurali solo ad apprendere.
Torna a leggere fiction che ti fa sentire qualcosa; pulsione, dolore, allegria, qualunque cosa non serva solo a migliorare le tue performance.
Abbandona l'idea di crescere ovunque
Cito un paragrafo dal mio blog Creator&Co., che parla di Creator Economy.
“La narrativa dominante nella creator economy è ancora molto semplificata e tende a farci pensare che se non cresci, non stai facendo abbastanza.
Questa narrazione nasce dentro piattaforme che non sono neutre. Le piattaforme di infotainment sono sistemi molto autoreferenziali, progettate per trattenerti. In particolare, per trattenerti ti propongono ciò che “ti attiva”, non necessariamente ciò che ti serve.
E se sei un creator, per lavoro o per passione, ciò che ti attiva non è un contenuto creativo ma performativo.
Ti verranno dunque proposti:
- guru che spiegano come aumentare la reach
- tutorial su come scalare (contrabbandato con come guadagnare mentre dormi)
- strategie improbabili per manipolare algoritmi
- casi studio di chi ha fatto 100k in tre mesi, ecc.
Questo alimenta l’allucinazione collettiva secondo cui la crescita infinita non solo è possibile, ma è anche l’unico indicatore di valore.”
Puoi leggere qui l’articolo intero
Invece chiediti: se oggi dovessi ripartire da zero, quali piattaforme terresti davvero, e perché?
Nella risposta, non pensare solo al marketing, ma soprattutto alla tua identità.
Riduci la misurazione della performance
Permettimi di dirti un segreto da insider: ho molti articoli che mi portano migliaia di click da anni, ma non sono quelli che hanno cambiato la mia vita da blogger di professione.
Non sono quelli che mi hanno portato contatti utili, richieste di collaborazioni, curiosità o clienti.
L’articolo di pura opinione e pensiero critico, senza ambizioni SEO, che scrivi oggi, proprio quello che ti chiedi chi leggerebbe mai, potrebbe essere quello che cambierà il destino del tuo blog.
Se c’è una cosa che ho imparato in questi quindici anni di blogging è che il piacere di scrivere non si perde all’improvviso.
Si consuma lentamente, quasi senza accorgersene.
Ogni nuova piattaforma sembra un’opportunità.
Ogni nuova competenza sembra necessaria.
Ogni nuovo progetto sembra quello che finalmente farà fare il salto di qualità.
E a volte è così.
Il problema nasce quando, nel tentativo di far crescere il nostro progetto, smettiamo di prenderci cura della persona che quel progetto lo ha immaginato e alimentato.
Per questo una parte fondamentale delle mie coaching si concentra sulla protezione della tua energia e del tuo entusiasmo.
Il tuo blog sopravviverà ai cambiamenti degli algoritmi, a un aggiornamento di Google, a un social che perde o prende popolarità.
Farà molta più fatica, invece, a sopravvivere quando chi lo scrive smette di riconoscersi nelle proprie parole.
Regalati qualche ora di scrittura senza aspettative.
Senza performance.
Senza statistiche.
Senza chiederti se piacerà a qualcuno.
Scrivi soltanto per ricordarti quanto stavi bene, la prima volta che hai pensato:
Questa è la mia casa online.
La crescita di un progetto non dovrebbe allontanarci dalla persona che lo ha creato.
Perché è lei che avrà l’onere e la forza di portarlo avanti nei periodi più difficili.

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