Elezioni in Armenia. Ben oltre la scelta tra Europa e Russia, il peso della memoria collettiva

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C’è una città che negli ultimi mesi ha iniziato ad affacciarsi sempre più spesso nel nostro distratto dizionario quotidiano, quello che ormai passa quasi esclusivamente dal web, dalle piattaforme di infotainment e dagli algoritmi.

Questa città è Erevan, la capitale armena.cascade simbolo di yerevan armenia

I voli diretti dall’Italia verso Erevan sono in aumento, l’Italia è oggi uno dei paesi europei con più voli diretti verso l’Armenia e la città sta lentamente entrando anche nell’immaginario turistico occidentale, creando curiosità nei viaggiatori e nuove occasioni narrative per giornalisti e creator.

Il picco di attenzione internazionale è arrivato in concomitanza con il vertice della Comunità Politica Europea del 4 e 5 maggio 2026, durante il quale Erevan ha ospitato capi di Stato e di governo di 48 paesi europei, membri dell’Unione Europea ma anche Regno Unito, Norvegia, Turchia e Canada.

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cascade erevan - people

Il summit ha rappresentato molto più di un evento diplomatico, sancendo simbolicamente il tentativo dell’Armenia, guidata da Nikol Pashinyan, di ridefinire la propria posizione geopolitica, avvicinandosi sempre più all’Europa e prendendo progressivamente le distanze dall’orbita russa.

Un processo che, osservato dall’Europa occidentale, appare comprensibile e persino auspicabile. L’Armenia è oggi uno dei paesi più interessanti e dinamici dello spazio post-sovietico: Erevan è una città giovane, sicura, culturalmente vivace, piena di caffetterie, librerie, nuovi spazi creativi che parlano sempre più il linguaggio delle capitali europee contemporanee.

L’Unione Europea ha annunciato nuovi investimenti strategici e l’invio di esperti incaricati di contrastare propaganda russa, cyberattacchi, interferenze ibride e campagne di disinformazione, anche in vista delle prossime elezioni armene del 7 giugno 2026.

Per una parte della popolazione, l’avvicinamento all’Europa rappresenta una speranza concreta di stabilità, modernizzazione e progressivo affrancamento dalla storica dipendenza russa.

Per altri, invece, questa normalizzazione rischia di coincidere con una dolorosa rimozione del trauma collettivo dell’Artsakh, la sensazione che alcune ferite storiche, compresa la memoria del genocidio e il rapporto identitario con la diaspora, vengano archiviate troppo rapidamente in nome della stabilità geopolitica e della necessità di “guardare avanti”.

La popolazione di Erevan è giovane, lo si vede, oltre che nei dati ufficiali (media di età di 37 anni) da un colpo d’occhio nelle sue strade affollate, nei suoi caffè all’aperto, sulle panchine intorno alle fontane monumentali.

Persone giovani, alla moda, in gruppo, camminano al passo veloce di chi guarda avanti e vuole, allo stesso tempo, raccontare fieramente la propria storia.
Non puoi parlare con un solo armeno, senza sentirti ribadire che questo è il primo paese cristiano della storia, che il vino è nato in Armenia, come dicono anche importanti ritrovamenti archeologici, che la storia della cultura mondiale anche contemporanea è segnata da Armeni della diaspora.

Alcune persone possono dare anche informazioni più circostanziate;

Come nel caso di Anoush che mi dice, davanti ad un tagliere di ottimi formaggi armeni in un locale alla moda del centro di Erevan, che il suo paese è stato valutato tra i più sicuri al mondo dal World Travel Index.

Anush viaggia spesso, con marito e figlia o con sua sorella, Armine, esperta di marketing.
Insieme, creano i contenuti di Miss Morning Armenia, profilo Instagram di intrattenimento e cultura, in cui raccontano, in inglese, i modi di dire e di fare tipici della loro nazione, sullo sfondo di una raggiante Erevan.

I suoi follower sono soprattutto armeni della diaspora.
Un bacino interessante per una creator, considerando che gli armeni in Armenia sono tre milioni, quelli della diaspora sono più del doppio, dato che dimostra come il legame identitario degli armeni fuori dall’Armenia sia ancora molto forte.

“Ogni Armeno – mi dice Armine – sogna prima o poi di tornare in Armenia o almeno di avere una casa qui. Che è il motivo per cui i costi delle case, soprattutto a Erevan, sono così alti”.

Sia Anush che Armine sono certe che l’avvicinamento all’Ue non porterà che benefici, non solo su un piano economico ma anche culturale e sociale.

“Il nostro Primo Ministro (Nikol Vovayi Pashinyan) è una persona onesta”, dicono, come se fosse cosa tutt’altro che scontata.
“L’alternativa è un imprenditore legato a doppia mandata alla Russia sia dal suo passato che dai suoi legami commerciali. Proprio quella Russia ci ha frazionati, in passato, e cerca di farlo anche adesso: ed è più facile controllare un territorio se il popolo è frammentato.”

Fanno riferimento al leader della principale coalizione di opposizione, Uzhegh Hayastan (Armenia forte), Samvel Karapetyan.

Oligarca legato al comparto del gas russo, uomo di fiducia dell’entourage di Putin, proprietario del gruppo Tashir e della principale società energetica Armena.

Ma anche noto filantropo, che ha finanziato la costruzione di ospedali in Artsakh e in Armenia, nonché tra i principali finanziatori della chiesa Apostolica Armena.

E in Armenia, la religione è componente centrale della cultura e dell’appartenenza, e la chiesa apostolica è molto coinvolta nelle questioni politiche e nella campagna elettorale.

“Pashinyan, aggiunge Armine, non è perfetto, fa errori come tutti. Ma è un uomo coraggioso: rinunciare alla guerra e cedere sulle cause perse, pensare alla pacificazione e soprattutto opporsi chiaramente alla dipendenza russa, da cui molto del nostro PIL ancora deriva, è un atto di visione e coraggio”.

 

“Pashinyan si comporta come un codardo, un disfattista” è invece l’opinione chiara di Gegham Stepanian, difensore dei diritti umani degli esuli dell’Arsakh.

Mi riceve con un tè e biscotti nel palazzo della Reppresentanza dell’Artsakh a Erevan.

Gagham Stepanian

Se la voglia di pacificazione è quello che serve all’Armenia moderna per avvicinarsi all’Occidente e distaccarsi dal retaggio economico e politico post sovietico, il prezzo da pagare è la rimozione forzata di ferite ancora aperte.

E, secondo Gegham, l’accettazione supina e passiva di troppe forme di umiliazione ancora agite verso gli Armeni e gli esuli dell’Artsakh, non sono una buona base per un reale progetto di pacificazione.

“Pochi giorni fa (a fine aprile 2026), l’esercito azero ha distrutto la Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, un’importante simbolo caro alla cristianità apostolica.  Il nostro Primo Ministro ha detto che non era argomento di interesse e discussione in Armenia. Ma per gli Armeni dell’Artsakh è una ferita, un’umiliazione aggiunta all’esodo, alla perdita dei propri cari e della memoria”.

Tra questi esuli con ferite ancora aperte, c’è Hermine Avagyan, scrittrice e poeta; attraverso i suoi libri racconta l’esodo e la perdita, ma anche la speranza nel ritorno e nella guarigione dal trauma collettivo.

Hermine Avagyan

Il suo ultimo libro, Lettres du paradiso où il n’y a plus personnes (lettere da un paradiso dove non c’è più nessuno) è un romanzo epistolare con un intellettuale francese, Ulysse Manhes.

“Il progetto – mi dice Hermine – nasce con lo scopo di raccontare il dramma dell’Artsakh al mondo, che non ne sa niente e che rischia, adesso, di essere ancora più oscurato. Volevo commuovere e coinvolgere ma anche parlare della speranza e dello sguardo al futuro delle persone dell’Artsakh.”

Non ha molti ricordi di suo padre, morto nella prima guerra del Nagorno – Karabakh.

“Mio padre era andato a cercare la pace, Una delle ultime volte che ci siamo visti, ha detto ‘vado a portarti il migliori futuro possibile”. Ora so che si riferiva alla pace.

E sottolinea la differenza tra la vera pace e la narrativa della pacificazione.

“Il primo ministro – aggiunge – parla di bisogno di pacificazione. Di bisogno di andare avanti. Ma come puoi parlare di pace se in Artsakh ci sono violenze contro gli armeni, espropri, ingiustizie. Non è pace, finché a Baku ci sono armeni innocenti in carcere”.

Ad oggi, sono ancora 20 gli armeni detenuti nelle prigioni di Baku, tra cui l’ex capo del governo Ruben Vardanyan, altri esponenti politici, militari civili, processati a porte chiuse e in condizioni di detenzione che preoccupano la comunità internazionale.

Gegham Stepanian apprezza e considera opportuna la presa di posizione di Narek Karapetyan e di Robert Kocharyan, ex primo ministro, ex presidente e leader della terza coalizione favorita nei sondaggi, secondo cui gli esuli dell’Artsakh prima o poi dovranno tornare nelle loro terre, quando ce ne saranno i presupposti anche in termini di alleanze militari (i.e., aiuto di alleati come Russia e Iran).

Hermine non ha invece proiezioni ottimistiche sulle elezioni in arrivo. Non guarda con fiducia alla coalizione di opposizione, guardano con sconforto ad una possibile rielezione di Pashinyan.
Hermine, tra l’altro, non può votare.

“Il mio passaporto è stato rilasciato in Artsakh, ma riporta la dicitura “Repubblica d’Armenia”.
Mi consideravo e mi considero cittadina della Repubblica d’Armenia. La sola cosa che mi differenzia da una persona nata qui a Erevan, è un codice sul mio passaporto, il codice dell’Artsakh. Oggi le autorità armene stanno cercando di convincermi a cambiare il passaporto. Non lo farò. Mi considero cittadino della Repubblica d’Armenia, anche se con questo passaporto non mi permettono di partecipare alle elezioni. Sono nel mio Paese; non sono un rifugiato.”

Mi mostra il timbro del suo passaporto, dopo il suo ultimo viaggio in Europa. C’è un simbolo che manca nel timbro del mio, fresco di stampa. Ed è il monte Ararat.

“Il nostro attuale governo ha già tolto l’Ararat dal passaporto, lo vorrà togliere da tutte le raffigurazioni dei simboli dell’Armenia. Per tenersi buona anche la Turchia”.

In Armenia, oggi, il desiderio di pace sembra scontrarsi con il concetto di pacificazione, e convive con la paura costante della perdita, non solo di territori, ma di identità, simboli e memoria collettiva.

È dentro questa tensione che si giocheranno le prossime elezioni di un paese dal passato ricchissimo e dal futuro ancora incerto.

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