Se viaggi in Armenia è molto probabile che, prima o poi, qualcuno ti proponga un’esperienza dedicata al lavash, il tradizionale pane sottile cotto nel tonir, il forno scavato nella terra. Se puoi, falla, perché è davvero interessante.
Ti racconteranno che è patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.
Ed è vero.
Quello che probabilmente non ti racconteranno è che, dietro quel pane, esiste una delicata questione diplomatica che coinvolge Armenia, Azerbaigian, Turchia e altri Paesi del Caucaso e dell’Asia occidentale.
Giusto per ribadire quanto i patrimoni UNESCO siano una forma di soft power geopolitico, (e no, non è una cosa brutta) ti racconto come una panificazione scenografica e anche abbastanza pericolosa, che produce un prodotto buonissimo, si sia trasformata in una contesa tra stati.
Come Il Trono di Spade, ma con il pane.
La storia della contesa del Lavash, in breve
La vicenda, semplificata, è questa.
Nel 2014 l’UNESCO, su richiesta dell’Armenia, iscrive il lavash come patrimonio culturale immateriale del paese.
Ma è importante una cosa: non iscrive “il pane lavash” come invenzione esclusiva armena, bensì iscrive la tradizione armena di preparazione, il suo significato sociale e rituale nella cultura armena.
Subito dopo, però, arrivano le obiezioni di Azerbaigian e Turchia (cosa che non ci stupisce e tra un attimo spiego perché), i quali fanno notare che il lavash (con nomi e varianti diverse) è una pratica di panificazione diffusa per tradizione secolare in gran parte del Caucaso e dell’Asia occidentale.
L’UNESCO stessa, nella decisione del 2014, sente il bisogno di precisare che l’iscrizione non implica alcuna esclusività e ricorda esplicitamente che quella tipologia di panificazione è condivisa da comunità della regione e invita le attività a evitare termini come “unico” o “originale”.
Nel 2016 l’UNESCO, invece di “smentire” l’Armenia, e per fare un po’ contenti tutti, iscrive una seconda candidatura multinazionale presentata da Azerbaigian, Iran, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia:
“Flatbread making and sharing culture: Lavash, Katyrma, Jupka, Yufka”
Quindi riconosce che la cultura del pane sottile appartiene anche ad altre comunità dell’area.
Cosa c'è dietro la controversia
Dietro questa vicenda non c’è solo una disputa gastronomica.
Nel Caucaso, dove confini, guerre, deportazioni, genocidi e migrazioni hanno ridisegnato più volte la geografia politica, anche gli elementi della cultura quotidiana diventano simboli identitari.
E quando l’identità nazionale è ancora una questione aperta, anche un pane può assumere un valore politico.
In questi ultimi anni di normalizzazione e pacificazione, la disputa dei simboli identitari diventa particolarmente importante in Armenia, che sta vivendo una fase complessa e dolorosa di ridefinizione di sé.
Non è un caso se la prima obiezione alla candidatura della preparazione del Lavash (nome con cui il pane viene definito in Armenia) è stata letteralmente guidata da Turchia e Azerbaijan, che ci hanno poi trascinato dietro anche Iran, Kazakistan, Kirghizistan.
L’Azerbaijan si è contesa per decenni con l’Armenia il territorio dell’Artsahk (Nagorno-Karabakh) e la recente politica di pacificazione, cioè di rinuncia da parte dell’Armenia a quei territori, è ancora una ferita aperta.
In Armenia vivono ancora molti esuli dell’Artsakh che vedono ogni giorno distruggere monasteri, case e simboli identitari in quella che considerano ancora una terra espropriata.
Per approfondire dalle voci dei protagonisti, leggi questo mio articolo.
La Turchia ha invece ancora aperto l’antico conto del genocidio a danno degli armeni, mai riconosciuto dal governo di Ankara, ma parte integrante dell’orgoglio e dell’identità non solo dei tre milioni di armeni residenti in Armenia, ma dei circa 8 milioni di armeni della diaspora.
Sempre a proposito di simboli, l’Armenia si vede adesso privata anche del simbolo territoriale del monte Ararat, formalmente in territorio turco ma mai uscito dal mindscape identitario nazionale.
Lo si trova nelle case, nelle etichette, nella letteratura. Fino a pochi mesi fa, anche nel timbro dei passaporti. Il primo luogo non luogo da cui il simbolo è stato rimosso per ragioni diplomatiche.
Quello che non vediamo dietro alcuni simboli
Quando viaggiamo ci piace cercare ciò che è “tipico”.
Il piatto tipico.
La danza tipica.
Il pane tipico.
Comprensibile, lo facciamo pensando di avvicinarci all’autenticità di un luogo.
Ma raramente ci chiediamo chi abbia deciso che quel simbolo rappresenti davvero un intero Paese.
Dietro molti patrimoni culturali non c’è soltanto una tradizione da conservare.
Ci sono processi di costruzione dell’identità nazionale, strategie di diplomazia culturale, conflitti ancora aperti e il bisogno, tutto umano, di raccontare chi si è.
2 Comments
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Sabrina - In My Suitcase
Grazie a te per averlo letto con interesse e attenzione
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Chiara
Un esempio meraviglioso di come il cibo sia linguaggio, simbolo, scelta politica… prima ancora che nutrizione e calorie. Nonché il modo più diretto e affascinante per conoscere meglio un luogo!
Grazie per questo approfondimento ❤️