Misteri di Catania: leggende e curiosità della città all’ombra dell’Etna.

Leggende di Catania: les amis, questo sì che è un post adatto a In My Suicase, dal momento che amiamo i viaggi, la Sicilia e la magia.
Soprattutto quando le tre cose vengono raccontate insieme. 

Post di Maurizio Grasso (scopri di più su di lui a fine pagina) 

Si dice che, nel corso dei suoi 27 secoli di storia, Catania sia stata distrutta e poi ricostruita ben 9 volte. Se eruzioni vulcaniche e catastrofici terremoti hanno talvolta cancellato ogni traccia tangibile di intere civiltà, a sopravvivere sono state invece le leggende popolari, testimoni di una storia tanto ricca quanto travagliata. In questo articolo voglio proprio raccontarvi alcune di queste misteriose leggende e svelarvi qualche curiosità sul glorioso passato di Catania.

La leggenda del Cavallo Senza Testa

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Arco di San Benedetto
ph. Maurizio Grasso

Uno dei luoghi più affascinanti di Catania è senza dubbio la celebre via Crociferi, che in virtù delle sue chiese barocche è considerata fra le più belle strade del nostro Paese.

Vi si accede, da via Vittorio Emanuele II, attraverso lo splendido Arco di San Benedetto, che secondo la tradizione fu edificato, nel 1704, in una sola notte.

La via Crociferi e l’Arco di San Benedetto sono anche i luoghi nei quali è ambientata una delle più note leggende di Catania. Nel Settecento, si sparse la voce che in questa zona, in piena notte, si aggirasse un mostruoso Cavallo Senza Testa, pronto ad aggredire i passanti.

In verità, ad inventare questa storia e ad alimentarla furono gli stessi frequentatori abituali della zona, perlopiù appartenenti alla nobiltà catanese, col chiaro intento di allontanare i curiosi dall’area. Sembra infatti che qui essi si incontrassero nottetempo per portare a termine loschi affari di varia natura e che necessitassero (comprensibilmente) di una certa “privacy”.

Lo stratagemma funzionò alla perfezione e tenne alla larga la gente dalla via Crociferi dal calare del sole fino alle prime luci dell’alba. Talvolta, qualcuno affermava di aver sentito il rumore degli zoccoli del temibile Cavallo Senza Testa provenire dalla via Crociferi, mentre altri giuravano persino di averlo visto coi propri occhi.

Un giovane, per dimostrare il proprio coraggio, volle scommettere con gli amici che, allo scoccare della mezzanotte, si sarebbe recato proprio in via Crociferi, incurante del mostruoso Cavallo Senza Testa. Per fornire una prova del proprio passaggio, il ragazzo avrebbe piantato un chiodo proprio sotto l’Arco di San Benedetto.

Gli amici accettarono la scommessa e così, quella stessa notte, il giovane si avventurò fra i vicoli “infestati”, portando con sé un grosso chiodo, un martello, ed una scala.

Poggiata la scala al muro, il giovane (che a dispetto della sicurezza ostentata con gli amici era terrorizzato) piantò il chiodo alla volta dell’Arco di San Benedetto, come pattuito. Il lavoro era stato portato a termine: adesso non restava che allontanarsi quanto più rapidamente possibile da quella strada maledetta!

Complice l’oscurità, però, il giovane non si accorse che un lembo del suo mantello fosse rimasto impigliato proprio nel chiodo appena piantato. Mentre si accingeva quindi a scendere dalla scala, si sentì afferrato alle spalle, come “da una mano invisibile”.

“Oh, no! Il Cavallo senza Testa!”: questo deve essere stato il suo ultimo pensiero, prima che un infarto causato dal forte spavento ne causasse la morte!

Nel corso degli anni, in molti tentarono nuovamente l’impresa: ancora oggi, sotto l’Arco di San Benedetto, potrete notare i solchi dei tanti chiodi piantati da altrettanti “coraggiosi” giovani.

Polifemo, Ulisse e… gli elefanti nani

Faraglioni di Aci Trezza - Leggende di Catania
Faraglioni di Aci Trezza – ph di Maurizio Grasso

A pochi chilometri da Catania sorge il piccolo borgo di Aci Trezza che, per la sua bellezza, vi invito assolutamente a visitare se vi trovaste in zona! Aci Trezza è famosa per la presenza dei suoi Faraglioni, una moltitudine di scogli, alcuni davvero enormi, che giacciono a pochi metri dalla spiaggia.

Questi scogli, originatisi centinaia di migliaia di anni fa dall’attività vulcanica dell’Etna, sono legati al mito di Polifemo ed Ulisse, dal quale traggono anche il nome di “Isole Ciclopi”.

Omero sosteneva infatti che la Sicilia fosse abitata dai Ciclopi, mostruosi giganti che vivevano nelle grotte, la cui peculiarità era quella di possedere un solo occhio posto al centro del viso.

Secondo la leggenda, i Faraglioni di Aci Trezza costituirebbero i massi che il ciclope Polifemo, al culmine della sua rabbia, scagliò contro la nave di Ulisse mentre quest’ultimo, dopo averlo accecato, fuggiva dall’isola.

Ma le leggende, si sa, hanno spesso un fondo di verità, e quella dei Ciclopi siciliani non fa eccezione.

In effetti, sembra che un tempo la Sicilia fosse popolata da elefanti nani, scomparsi però ben prima della colonizzazione greca dell’isola. Il grosso cranio di questi elefanti presenta un foro centrale che corrisponde semplicemente alla sede della loro proboscide.

Rinvenendo i resti di questi animali, gli antichi li hanno verosimilmente attribuiti ad esseri umani dalla statura enorme, ed il foro al centro del loro cranio è stato identificato come l’orbita di un unico gigantesco occhio!

La presenza di questi animali in Sicilia spiega fra l’altro la curiosa circostanza che il simbolo di Catania sia proprio un elefante (che qui noi chiamiamo “u Liotru”).

I fratelli Pii

leggende di catania_fratelli pii - due giovani fratelli
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Un’altra fra le leggende catanesi più celebri è quella che riguarda i due fratelli Anfinomo e Anapia, ribattezzati “Fratelli Pii” o, in latino, “Pii Fratres”.

I due fratelli vivevano in antichità nelle campagne attorno a Catania, assieme agli anziani genitori paralitici. Un giorno, mentre erano intenti a lavorare nei campi, furono sorpresi da una fortissima eruzione dell’Etna.

La lava scendeva velocemente verso valle e l’unica possibilità di salvezza era rappresentata da una rapida fuga. Tutti gli abitanti della zona lasciarono così in fretta e furia le proprie abitazioni, portando con sé, al più, pochi oggetti preziosi.

Anfinomo e Anapia, però, non vollero abbandonare gli anziani genitori, che non si sarebbero potuti salvare da soli. Li caricarono dunque sulle proprie spalle, pur consapevoli che il loro peso avrebbe notevolmente rallentato la fuga, condannandoli con tutta probabilità ad essere travolti dalla furia del vulcano.

Quando il fronte di lava era ormai giunto a pochi metri da loro, si verificò il prodigio: il fiume incandescente si divise in due tronconi, risparmiando i due fratelli ed i loro genitori.

L’episodio è stato collocato storicamente durante l’eruzione del 693 a.C. che distrusse la allora giovanissima città di Catania e che oggi viene talvolta indicata come “la colata dei Fratelli Pii”.

Tuttavia, la leggenda si diffuse soprattutto in età romana, giungendo fino alle orecchie di Virgilio. Il poeta si ispirò infatti proprio a questo racconto narrando di Enea che porta in salvo l’anziano padre Anchise, durante l’incendio di Troia.

La notorietà di questa leggenda durante il periodo romano è inoltre testimoniata dalle tante monete sulle quali vengono raffigurati i due giovani nell’atto di trasportare i genitori. In piazza Università, nel centro storico di Catania, una scultura in bronzo che funge da basamento di un lampione rappresenta proprio i due leggendari fratelli catanesi.

L’Amenano: il fiume sotterraneo di Catania

Fontana-Amenano
Fontana Amenano; ph Maurizio Grasso

Non tutti sanno che nel sottosuolo di Catania, a pochi metri di profondità, scorre un fiume chiamato Amenano, dal nome della divinità greca per metà uomo e per metà toro. Per un lungo periodo, il fiume fu in verità chiamato “Judicello”, poiché attraversava la zona ebraica della città: la Giudecca, appunto.

La cosa più curiosa è però che, fino a pochi secoli fa, l’Amenano scorreva “normalmente” in superficie, attraversando il centro storico di Catania ed alimentando anche il piccolo Lago di Nicito, situato ai margini della città.

La terribile colata lavica del 1669, che raggiunse e distrusse la parte meridionale di Catania, ha però sepolto sia il lago Nicito che il fiume Amenano, che oggi riaffiora soltanto in alcuni punti della città.

Sul lato sud-occidentale di Piazza Duomo, il fiume alimenta la splendida fontana ottocentesca che porta proprio il suo nome. Dietro la Fontana dell’Amenano, il fiume fa nuovamente capolino nella piazzetta presso la quale si tiene il mercato del pesce (la famosa “Piscarìa” di Catania).

Un altro tratto dell’Amenano appare all’interno del piccolo Giardino Pacini, che potrete raggiungere dal Duomo oltrepassando la Porta Uzeda. Un tempo, la foce del fiume era situata proprio in questo punto.

Tuttavia, il luogo più insolito nel quale potrete vedere lo scorrere del fiume è l’Ostello della Gioventù di Catania. No, non intendo “vicino l’ostello” né “di fronte” ad esso, ma proprio al suo interno!

Dal wine bar della struttura (peraltro molto popolare in città), si accede infatti ad una grotta lavica attraversata dalle acque dell’Amenano.

Il Pozzo di Gammazita

Il Pozzo di Gammazita - leggende di catania

La breve dominazione angioina in Sicilia non fu ben vista dal popolo che difatti, nel 1282, diede vita alla rivolta nota come “Vespri Siciliani”, durante la quale gli invasori francesi furono cacciati (o meglio, sterminati).

In questo contesto nacque la leggenda di Gammazita e del pozzo che porta oggi il suo nome.

Gammazita era una bellissima giovane catanese, oggetto delle attenzioni di un soldato francese senza scrupoli. Ogni giorno, Gammazita andava a prendere l’acqua presso un pozzo situato vicino la cinta muraria cittadina.

Gammazita, già fidanzata, ignorava le avances del malvagio soldato francese, che si facevano però col passare del tempo sempre più insistenti.

Nel giorno delle nozze di Gammazita, il soldato francese aggredì la giovane, proprio mentre era intenta a prelevare l’acqua. Vedendosi preclusa ogni possibilità di fuga, la giovane preferì gettarsi nel pozzo piuttosto che cedere al soldato, trovando così la morte.

Sembra che questa leggenda sia nata semplicemente per giustificare le macchie rosse presenti sul fondo del pozzo ma, come dicevo all’inizio, è significativa se inquadrata all’interno del periodo storico al quale risale. Durante la dominazione angioina, le angherie ad opera dei francesi nei confronti della popolazione erano infatti all’ordine del giorno.

Anche la leggenda della sfortunata Gammazita è stata raffigurata con una statua alla base di uno dei quattro lampioni che sorgono oggi in Piazza Università, proprio di fronte a quello dedicato ai Fratelli Pii, dei quali ho parlato prima.

Alcune leggende “alternative” spiegano diversamente l’origine del toponimo “Gammazita”. Esso potrebbe derivare dal difetto fisico di un personaggio vissuto in quella zona, ossia la rigidità di una sua gamba (in siciliano “jamma zita”).

Un’ulteriore ipotesi è quella secondo la quale, sulle pareti del pozzo, fossero un tempo incise le due lettere dell’alfabeto greco “Gamma” e “Zeta”.

Noi troviamo però molto più affascinante la storia della fanciulla catanese che, col suo gesto, sembra voler rappresentare un intero popolo non disposto a cedere ai soprusi degli invasori stranieri!

La terribile colata lavica del 1669, la stessa che sotterrò il fiume Amenano, coprì anche il pozzo di Gammazita. Tuttavia, esso fu recuperato già negli anni immediatamente successivi ed è tutt’ora esistente a Catania.

Con la triste storia della sfortunata Gammazita si chiude questo articolo dedicato alle leggende ed alle curiosità di Catania. Spero che abbiate trovato il racconto interessante e che queste storie vi abbiano incuriosito! Se voleste saperne di più su questa città (o se voleste visitarla), vi invito anche a dare un’occhiata all’articolo nel quale suggerisco le cose da vedere a Catania.  

Maurizio, 29 anni, di Catania. Da sempre appassionato di viaggi e di fotografia.
Non sono ancora un blogger (ci sto lavorando! 😀 ) ma… la mia casa vacanze in Sicilia orientale ha un suo blog scritti da me, in cui parlo di questa bellissima terra.  

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