Balat, Istanbul: oltre le case colorate

Scendere dal tram T1, alla fermata Balat, è come togliere i tacchi a fine serata.
Bellissime, le décolléte tacco 10, le porti con fierezza, non vedevi l’ora. Ma appena le togli, respiri e ricordi quanto è bella la vita normale. 

Un attimo prima sei nella città pulsante, nevralgica, uno dei crocevia del mondo, nella bellezza mozzafiato dei tramonti sul Bosforo, o tra moschee imponenti e mercati vivaci. 
Un attimo dopo, sei in una bellezza meno “tanta”, meno invadente, che finalmente ti lascia respirare. 

Un anziano chino su un banco da lavoro sommerso di scarpe da riparare.

Due donne con hijab vivaci che fumano e chiacchierano davanti a un tavolino forse di un bar, forse di un esercizio commerciale, forse di nessuno.
Motorini che sfrecciano giù per le discese strette, troppo veloci per i riflessi e troppo familiari per preoccuparsi.
La voce di un muezzin, le persiane mezze rotte, tra le facciate che cadono e quelle appena dipinte.

Ecco, sei ancora a Istanbul. Ma sembra un altro mondo.
Un mondo che si trasforma, che si spacca e, soprattutto, si ricuce ogni giorno.

Balat, o l'antico quartiere ebraico di Istanbul

Balat case colorate istanbul

Non è il primo, né sarà l’ultimo quartiere d’Europa nato come ghetto ebraico, poi caduto nel degrado e nello spopolamento, infine riscoperto nell’epoca in cui il turismo diventa risorsa, marketing territoriale.

Balat oggi è, per le guide e i vari TripAdvisor e consorelle, hipster, bohemien, alternativo, etichette che parlano più dei bisogni di chi le pronuncia che del luogo stesso.

Ma nella città degli incontri impossibili, le nuove migrazioni incontrano i nuovi viaggiatori. E l’effetto è tutt’altro che neutro.

Andiamo per ordine.

Balat divenne il quartiere di insediamento degli ebrei sefarditi dopo il 1492, quando il re Ferdinando di Spagna decretò l’espulsione degli ebrei non convertiti. L’Impero Ottomano aprì le sue porte: una scelta politica, certo, ma anche una scelta di accoglienza. 

Per secoli, Balat fu un centro vivo, dinamico, commerciale. 

Tutto cambiò durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la Repubblica turca introdusse tasse discriminatorie (la Varlık Vergisi) verso le minoranze non musulmane più facoltose, tra cui la comunità ebraica. 

Partirono le prime diaspore. Poi l’emigrazione verso Israele, poi il terremoto fece il resto. 

Nel dopoguerra, Balat divenne quartiere popolare, malfamato occupato da classi sottoproletarie e situazioni di marginalità.

Più recentemente, è stato spazio di rifugio per famiglie siriane, curde, armene. Ancora oggi, convivono tracce tangibili di tutte queste stratificazioni.

I suoi avamposti identitari sono ancora lì: il liceo greco ortodosso, imponente e solenne, e le sinagoghe, nascoste. Ma la presenza islamica è oggi predominante.

Balat è un quartiere che, storicamente, accoglie. 

E sull’accoglienza – intesa non come concetto astratto, ma come dinamica concreta di convivenza, tensione, trasformazione – costruisce la sua identità più profonda. 

Quella difficile da fotografare, che si accende nei vuoti, negli scarti, nei fili tra le finestre con bucato troppo ammassato per essere fotogenico, nelle finestre da cui cade cibo per nutrire gatti, randagi e padroni di tutto. 

Tra colori e rovine, palazzi storici e caos

Gli avamposti interessanti da vedere a Balat, rilevanti da un punto di vista storico e architettonico, sono 

  • il Collegio greco-ortodosso del Fanar, in un agglomerato adiacente a Balat; l’edificio sovrasta la visuale,  con un colore rosso acceso che non passa inosservato. 
  • La Chiesa di Ferro, o chiesa bulgara, costruita per i bulgari ortodossi, con una cupola regalata dall’impero russo zarista.  
  • La sinagoga di Yanbol
  • la chiesa di Vaftizci Yahya

E poi ci sono le case colorate, che meritano un discorso a parte. 

La prima volta che si arriva a Balat, lo sguardo si posa quasi inevitabilmente su alcune serie di facciate colorate, di evidente recente riverniciazione.

Una palette pastello si alterna tra rosa, celeste, verde, giallo.
Ma non è sempre stato così.
Queste case non sono nate colorate: i colori sono arrivati dopo, come atto di rinascita e rigenerazione. 
E ovviamente, anche come luce per gli occhi e i cellulari di noi viaggiatori.  

Molte di queste case erano, e in buona parte ancora sono, in rovina, segnate dal tempo, dai terremoti, dallo spopolamento.

Quelle rimaste in piedi oggi convivono con palazzi ancora semi-diroccati, e in certi punti del quartiere la linea di demarcazione tra il “già restaurato” e il “non ancora toccato” è visibile come una cicatrice fresca.

Alcune fonti parlano di un piano di rinnovamento urbano promosso dal Comune di Istanbul nei primi anni Duemila, in collaborazione con l’UNESCO.
Ma la questione è complessa: accanto ai progetti ufficiali, si sono inserite dinamiche spontanee e speculative. 

Case acquistate a basso prezzo, rimesse a nuovo con tocchi estetici “instagrammabili” per essere affittate, vendute o trasformate in locali, una forma di colonialismo visivo, silenzioso ma presente.

Eppure, tra una parete rosa e un’insegna vintage, ci sono ancora botteghe di calzolai, venditori di pneumatici, falegnami e mercerie.

 

I locali di Balat: tra recupero creativo e soluzioni fantasiose

Balat, Istanbul localini

Vero è che i locali del quartiere sono fatti di estro e idee interessanti; palesemente adattati a spazi non pronti ad essere luoghi di ristoro delle grandi città turistiche, sono fatti di materiali di recupero, creatività, ingegno. 

Come rendere accogliente una terrazza cui si accede tramite una angusta scalinata? 
Con sedie sdraio che danno sui tetti rossi e sul corno d’Oro. 
Come rendere “casa” una cantina con una porta di ferro? 
Riverniciando tavoli, coprendoli di tovaglie patchwork come quelle fatte dalle nonne.

Come rendere invitante un angusto spazio su due piani che ha come vantaggio l’essere affacciato sulla strada? 

Lasciando le pareti non stuccate, con vecchi giradischi e vecchie valigie aperte, con libri antichi. Poltrone prese da chissà quale soffitta e un menu a chilometro zero. 

E questi sono i locali che troverai nei/sotto palazzi colorati; come una luce rossa, che indica i luoghi disponibili, già avviati verso un cambiamento che, come ogni passaggio di tempo nei nostri tempi veloci, investirà a breve tutto il quartiere. 

Cosa resterà di Balat

Tra qualche anno, Balat sarà probabilmente tutto colorato, i locali si alterneranno ad Air BnB, a meno che una buona massa critica di studenti non si imponga per trattenere lo spazio abitativo che non è “centro”, ma non è più neanche periferia (perché, sempre bene ricordarlo, le persone possono cambiare la Storia, in ogni momento della storia).

Guardiamolo bene, il calzolaio.

Potrebbe essere l’ultimo che vedremo. E forse anche l’ultimo che ci ricorderemo.

 
Ma soprattutto, sarà interessante capire dove sarà la destinazione della nuova diaspora, dove la storia o la necessità sposterà le famiglie che non vivono di turismo, con salari bassi o medi ma non più adatti ai costi della vita, nelle case colorate. 

Ovunque andranno, avranno di certo qualcosa da portare. 

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