Quartieri brutalisti a Belgrado: da progetto sociale a prodotto di consumo

Ci sono almeno tre o quattro generazioni dentro il Blocco 23 di Novi Beograd.
Il nonno di Anđela Savić era militare e l’appartamento gli era stato assegnato quando il quartiere cresceva insieme alla nuova Belgrado socialista. Poi sono rimasti i suoi genitori.
Oggi ci vive lei e attorno ci sono figli e nipoti delle famiglie arrivate negli stessi anni.
È uno dei primi dettagli che Anđela mi racconta quando provo a chiederle cosa significhi davvero abitare nei blocchi brutalisti di Belgrado.

blocco 23 finestra

Nel suo palazzo oggi ci sono anche locker per gli affitti brevi; gli affitti, dice, sono saliti abbastanza da rendere difficile per alcuni suoi amici vivere nel quartiere in cui vorrebbero trasferirsi o restare. Agli affitti brevi, si aggiungono residenti dalle nuove diaspore (in primis Russia e Ucraina) con un potere di acquisto di partenza superiore rispetto alla media serba.

Eppure, quando Anđela parla del Blocco 23, torna continuamente a un’altra parola: progetto.
Perché i blocchi di Novi Beograd non sono semplicemente grandi edifici di cemento costruiti durante la Jugoslavia socialista. Nascono dentro un’idea precisa di città.

Estetica brutalista, intorno a vita reale

Il Blocco 23 fu costruito tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, su progetto degli architetti Aleksandar Stjepanović, Božidar Janković e Branislav Karadžić.
Non comprendeva soltanto edifici residenziali: il progetto prevedeva scuola, asili, centro di comunità, parchi giochi, percorsi pedonali e ampi spazi verdi interni.

Gli standard urbanistici dell’epoca stabilivano quantità minime di verde e servizi pubblici per abitante, spazi per l’infanzia e criteri sull’esposizione alla luce degli appartamenti.
Per il Blocco 23, per esempio, i piani prevedevano circa 11 metri quadrati di verde e spazio aperto per abitante, oltre a superfici specifiche destinate a scuole e strutture per l’infanzia. (consulta questo paper per approfondire)  

Ritorna nelle conversazioni con chi questi luoghi li abita il fatto che prima ancora di costruire le case, esisteva una domanda su come le persone avrebbero vissuto insieme.

Anđela me lo racconta con esempi quasi domestici: la distanza dalle scuole, gli spazi in cui i bambini potevano muoversi, la luce, il verde, la possibilità di vivere vicini mantenendo al tempo stesso una certa privacy.

«Mia madre conosceva il nome di tutti», dice. «Io, oggi, no.»

La comunità è cambiata, qui come in tutta Europa.
Negli anni Novanta il quartiere era più duro: droga, spaccio, scontri tra tifoserie. Dagli anni Duemila, racconta, è diventato molto più sicuro e successivamente sono arrivati artisti, nuovi residenti, affitti brevi.
Ma le forme di cura collettiva resistono ancora.

Quando un investitore straniero ha mostrato interesse per edificare in uno degli spazi ancora liberi tra gli edifici, i residenti hanno cominciato a utilizzarlo più visibilmente, come forma di “guerriglia urbana”.  

Pulizie comuni, giochi per bambini, presenza quotidiana, non semplicemente per abbellirre quello “spazio vuoto”, ma per dimostrare che uno spazio non edificato non è necessariamente uno spazio inutilizzato.

ph. filip andrejevic | unsplash

La sua riflessione si sofferma sull’anti-logica edilizia moderna. Si edifica perché c’è uno spazio da capitalizzare, senza pensare al senso (o non senso) e all’impatto che il nuovo edificio può avere non solo sull’archivio estetico, ma anche sulla comunità.

Le chiedo:
 «Sono riusciti a bloccare i lavori? »
«Per ora sì, ma… sai, vinci oggi e magari perdi domani. Le comunità oggi non devono abbassare la guardia».

Dalla città per le persone alla città come investimento

La contrapposizione è molto semplice: i blocchi avevano un piano.
Molti edifici contemporanei hanno soprattutto un piano economico.
È la stessa osservazione che qualche giorno dopo mi faranno Milica Batričević e Pavle Živković, dall’altra parte della città.

Pavel responsabile editoriale di Mansarda Radio, è un’attivista molto presente nelle proteste che da mesi attraversano la città.

Pavle Živković ©sabrina barbante

“Nella pianificazione socialista le cose venivano pensate per le persone”.

Case, scuole, asili e servizi venivano costruiti all’interno dello stesso disegno urbano. Oggi, dice, una parte della costruzione selvaggia risponde prima di tutto al capitale.

È impossibile, a Belgrado, non far arrivare questa conversazione fino a Belgrade Waterfront, progetto urbanistico oggetto di controversie e forte critica da parte di molti abitanti, scesi più volte in piazza per protestare contro gli appalti grigi, le modalità di sgombro dell’area, l’impatto ambientale.

waterfront belgrado

Il gigantesco progetto sulla Sava nasce da una joint venture firmata nel 2015 tra lo Stato serbo e Eagle Hills, società immobiliare con sede ad Abu Dhabi: lo Stato detiene il 32 per cento della società Belgrade Waterfront, mentre il restante 68 per cento appartiene a Eagle Hills.
Sul proprio sito il progetto si presenta come una nuova comunità pianificata, con abitazioni, scuole, asili, parchi, strutture commerciali e servizi.
Ma per molti abitanti che incontro la frattura non riguarda soltanto l’architettura, ma la gestione degli appalti, la trasparenza, il rispetto del tessuto civico oltre che urbanistico.

Anđela parla di appartamenti venduti come lusso in edifici in cui la densità e la mancanza di privacy contraddicono proprio quella promessa.
Ma soprattutto torna sulla trasformazione di Savamala, il quartiere che occupava parte dell’area interessata dallo sviluppo.

belgrado waterfront

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 2016 uomini mascherati bloccarono Hercegovacka Street, sequestrarono telefoni, trattennero e legarono alcuni testimoni mentre delle ruspe demolivano diversi edifici. Il difensore civico serbo (Zaštitnik građana) concluse successivamente che la polizia aveva deliberatamente omesso di intervenire; l’allora primo ministro Aleksandar Vučić (ora presidente dimissionario e candidato alle elezioni di ottobre 2026) dichiarò poi che dietro le demolizioni c’erano alti funzionari della città.

Uno dei testimoni trattenuti quella notte, Slobodan Tanasković, morì in ospedale circa un mese dopo. Le fonti dell’epoca riportarono problemi cardiaci; non è stato stabilito che la morte sia stata causata dagli eventi di Savamala.

Un pezzo di città fu materialmente cancellato durante la notte mentre cittadini chiedevano inutilmente l’intervento della polizia.

 

locale del vecchio waterfront di Belgrado - ©sabrina barbante2022 -

La discussione su Waterfront, quindi, non è soltanto una discussione sull’estetica di nuovi grattacieli accanto alla Sava, ma una discussione sul processo attraverso cui una città cambia.

Una foresta costruita dalla comunità

Nel quartiere di Dorćol intervisto Milica Batričević, attivista femminista, responsabile di comunicazione e animatrice di comunità per BeFem. Parliamo di manifestazioni, dissidenza e ovviamente ruolo della lotta femminista nello scenario attuale.

Tra un caffè balcanico e un manifesto, le racconto anche della mia ricerca sulla vita nei palazzi brutalisti. Mi invita ad andare nel blocco in cui vive lei, nella collina orientale di Belgrado.

Mi promette una vista bellissima e una storia di comunità che poche persone conoscono persino a Balgrado.

Ovvio che accetto, e alle 18.00 dello stesso pomeriggi mi ritrovo con Milica e Pavle nella foresta di Zvezdara.

La prima cosa che in pochi sanno in città è che non è una foresta naturale.

Nel 1930 decine di migliaia di pioppi, aceri e robinie furono piantati attraverso grandi azioni volontarie di cittadini e giovani. Il grosso della piantumazione avvenne dal ’46 al ’50.
Uno degli obiettivi dell’afforestazione era proteggere questa parte di Belgrado dalla Košava, il forte vento sud-orientale che attraversa la città. L’area piantata raggiunse circa 145 ettari.

È la materializzazione quasi perfetta dell’idea che Pavle e Milica mi stanno raccontando.

Milica Batričević e Pavl Živković ©sabrinabarbante

Durante la Jugoslavia socialista le azioni volontarie di lavoro erano anche un modo per costruire infrastrutture e territorio attraverso una responsabilità collettiva.

Milica e Pavle hanno passato anni a ricostruirne la storia.

 

Non è stato semplice. Molto materiale serbo non è digitalizzato. Hanno cercato nei vecchi giornali, negli archivi, con l’aiuto di storici e amici. Hanno coinvolto studenti delle scuole superiori e poi universitari, alcuni dei quali hanno dedicato esami e tesi alla foresta.

La memoria orale è diventata archivio.
L’archivio è diventato materiale accademico.
E la storia di quel luogo ha iniziato lentamente a essere restituita anche alle persone che lo attraversano ogni giorno.

Oggi la Zvezdarska šuma è riconosciuta dai piani urbani come area di valore naturale, anche se la manutenzione viene ancora trascurata, e lasciata in mano agli abitanti volenterosi.  

 

Mi mostrano panchine costruite dagli abitanti con materiali di recupero, piccoli cestini installati autonomamente, iniziative ironiche o provocatorie come un “monumento all’immondizia”.
Quando le istituzioni non arrivano, la comunità occupa lo spazio della manutenzione, non solo per sostituirle in silenzio, ma spesso per ricordare loro che quella responsabilità esiste.

Rudo: tre torri e uno spazio in mezzo

Dalla cima dell’edificio, una terrazza collettiva con divanetti, luci, piante eduli, vedo da un lato l’enorme polmone verde, dall’altro vedo Rudo.

Le tre torri dell’Istočna kapija Beograda, la Porta orientale di Belgrado, furono costruite tra il 1973 e il 1976 su progetto dell’architetta Vera Ćirković. Sono tre edifici di 28 piani disposti attorno a uno spazio centrale con una piazza e un’area giochi.

Uno spazio in cui tre colossi proteggono al centro, in uno spazio quasi uterino. In cima ai tre blocchi si vede la città da uno dei suoi punti più alti. Il vento Košava qui in cima arriva con forza, alla base no, i tre blocchi proteggono.

rudo dettaglio - blgrado ©sabrina barbante

Qui conosco Dragan, pensionato, che dedica parte del proprio tempo alla cura e alla sorveglianza comunitaria e alla piccola manutenzione dell’edificio.
Parlando con lui ritorna la stessa idea incontrata al Blocco 23 e nella foresta di Zvezdara: abitare significa anche presidiare.

Presidiare un ingresso, una panchina, una foresta, uno spazio vuoto ma non per questo senza senso.

Genex, il brutalismo trasformato in prodotto

Dall’altra parte della città c’è la Porta occidentale.
La Genex Tower è forse l’edificio brutalista di Belgrado più facilmente trasformabile in immagine, il più iconico anche sui manuali di architettura e, che te lo dico a fare, su Instagram.

Due torri collegate in alto, visibili dall’autostrada appena si arriva dall’aeroporto.

La torre commerciale, costruita originariamente per la società statale Generalexport, è rimasta per gran parte inutilizzata ed è stata venduta all’asta nel 2023 per circa 20 milioni di euro alla società Eureka Bar. Che ad oggi la lascia vuota, al degrado, e fattura dagli enormi manifesti pubblicitari su entrambe le facciate.

Al piano terra oggi c’è anche un piccolo caffè, arte contemporanea, qualche attività.
La torre residenziale invece è ancora, prima di tutto, una casa.
Ed è proprio qui che il brutalismo contemporaneo incontra uno dei suoi paradossi.
Questi edifici sono diventati icone globali, sono fotografati, filtrati, usati nei reel, trasformati in scenografia.

Gli appartamenti diventano esperienze da prenotare (al trentesimo piano della torre abitata c’è un appartamento affittato a turisti, prenotato fino al 2029).
Ma dietro alle finestre continuano a esserci persone, che si chiedono quando dovranno andar via e, chi è proprietario, quando converrà agire nella stessa logica di prestare questo pezzo di città al turismo.

Soggiornare in un blocco brutalista di Belgrado

cacafe genex belgrado ©sabrina barbante

Come soggiornare in un blocco brutalista di Belgrado?
Per me, è meglio non farlo.

cacafe caffe belgrado brutalista ©sabrina barbante

Questi quartieri sono già attraversati da trasformazioni immobiliari, aumento dei prezzi, nuovi residenti internazionali e pressione degli affitti brevi.

Cammina dentro il Blocco 23 o nei blocchi 61-63 e prova a capire perché scuole, asili, passaggi pedonali e verde si trovano proprio lì.

Vai a Zvezdara e scopri che una foresta che sembra naturale è in realtà il risultato di migliaia di persone che, ottant’anni fa, decisero di piantare alberi per qualcuno che sarebbe venuto dopo.

Fai un tour con una guida locale, entra negli archivi.
Chiediti non soltanto chi abbia progettato un edificio, ma che tipo di vita quel progetto immaginava.

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