Quanto è naïf l’idea che siamo sempre e solo noi ad attraversare una città, un luogo, un paese. E non il contrario.
Anche quando siamo viaggiatori disattenti, tendiamo a sottovalutare la misura in cui un territorio ci attraversa.
E ce ne accorgiamo solo molto dopo, quando quel luogo ormai è parte di noi.
Per motivi che non sappiamo, che non capiamo.
All’improvviso quella città è lì, con noi, dentro di noi. E non si tratta di nostalgia, dannazione.
La nostalgia è un sentimento facile, decodificabile, noto.
Questo è quello che accade, invece, quando una città è più te stessa di te, come Heathcliff e Catherine. Per motivi che non sai, che non capisci.
Ad esempio, perché in quest’ultimo anno Belgrado mi è tornata dentro?

Kalemagdan, Belgrado
Nei discorsi, nei racconti e nei romanzi che scrivo.
A un certo punto Belgrado è passata dalla mia mente alle mie bolle algoritmiche.
Eppure non ci passo da almeno due anni, da quelle parti, in Serbia.
Forse è bastato rivedere una foto. Assaggiare qualcosa condito con una spezia che rimanda a quel luogo.
Una notizia letta di sfuggita.
E quello che per il resto del mondo è solo una città, per te diventa il centro di qualcosa. Anche se ancora non sai di cosa.
Mi è bastato imbattermi in un’immagine dell’Eastern Gate (Rudo) di Belgrado per capire che non lo avevo osservato abbastanza.
Che mi è rimasto come una nota in sospeso.
Come un debito.
Mi è bastato rivedere le foto fatte ai passanti per accorgermi che quei volti, immortalati anni fa, sono ormai parte del mio mindscape personale.
Hai mai pensato, tu viaggiatrice, a quanto le persone che ritraiamo nei nostri scatti siano destinate a diventare parte del nostro mindscape?
(Una pagina di diario, più che un blog post. Dopo anni e anni di strategia SEO e un posizionamento di non poco conto, fanculo, me lo posso permettere.)







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