libri di viaggi

La rivalsa degli studi umanistici: avevamo ragione noi

Quando gli studi umanistici danno più sbocchi (e anche più soldi). E comunque… non è per questo che si studia.

Ci dicevano che era meglio studiare ingegneria, di qualunque cosa.
Ci dicevano che se proprio non ci piacevano le materie scientifiche, giurisprudenza era comunque meglio di lettere e filosofia.
Ci dicevano che studiare storia dell’arte era prepararsi a restare disoccupati.
Persino lingue e letterature straniere veniva considerata una laurea inutile a meno che non ci si dedicasse all’insegnamento (giuro, questa cosa scellerata a fine anni Novanta e negli anni Dieci mi veniva detta da tutti, persino dalla direttrice di dipartimento della mia facoltà di Lingue).

In soldoni, perché sempre di soldoni si trattava, ci dicevano che le lauree umanistiche non sarebbero state né utili né remunerative a fronte dell’avvento della rivoluzione digitale.

Eppure, chi negli anni Novanta e negli anni Dieci ha “resistito” alle pressioni della laurea utile e delle improbabili previsioni del mercato del lavoro, alla fine, ha avuto ragione.

Lo dimostrano ricerche, riportate anche su il Sole 24 ore : gli studi umanistici si sono dimostrati tutt’altro che inutili sprechi di tempo.
E adesso ti dico dove chi ci diceva di “fare cose utili” sbagliava e dove, invece, il fronte della resistenza delle scienze umane ha visto oltre.

Avevamo ragione noi perché…

Gli studi umanistici ti preparano anche all’incertezza

Il mondo del mercato del lavoro (e il mondo in generale) sono incerti per natura.

Credere che il mercato sia una scienza esatta che si regola in base a ritmi precisi e prevedibili è un po’ come credere in Dio: ci fa sentire meglio ma in fondo in fondo lo sentiamo che è tutta un’invenzione.

Gli studi umanistici (fatti bene) ti insegnano un buon metodo di decodifica della realtà

Che cosa deve insegnare davvero il mondo della formazione accademica, se non a stare al mondo?

Quando studiavo all’università e al liceo, i prof che mettevano più in difficoltà agli esami non erano quelli che ti chiedevano “cosa” ma quelli che ti chiedevano “perché”.
Ho visto compagni di liceo capitombolare di fronte alla domanda, complessa ma saggia, della prof di Italiano o del prof di Francese “Tu che cosa ne pensi, qual è la tua analisi (di una poetica, di un periodo storico, di Vladimir e Estragon, del paziente anestetizzato su un tavolo di T.S.Eliot ecc)?”.
E attenzione, in quei contesti, che sempre siano benedetti, se non dicevi quale era la tua analisi, rischiavi un voto basso o, nel caso dell’università, una bocciatura.

L’analisi delle epoche e del pensiero porta con sé l’attitudine all’analisi di quello che ti accade intorno e alla capacità di affrontarlo meglio, con maggiore prontezza.

Porta ad avere una “visione” sul futuro.

NB: ti propongo un approfondimento interessantissimo sulla valorizzazione delle tue soft skills nei colloqui di lavoro, scritto da Paola Cutaia, Business Coach.

Lavori digitali - professioni digitali

Gli sbocchi per chi ha studiato materie umanistiche sono di più del previsto

Dicevano che saremmo stati per lo più disoccupati perché il mondo della scuola e della PA non avrebbe potuto assorbirci tutti e su questo avevano ragione.

Peccato che neanche il 10% di noi voleva entrare nella scuola o nella PA e che comunque una marea di persone in difficoltà lavorativa proviene anche dalle migliori facoltà di ingegneria, matematica, fisica.
Perché nonostante la crisi che conoscevamo, nessuno pensava ad una possibile recessione mondiale (figuriamoci ad una pandemia).

Ma noi, che studiavamo i sonetti di Shakespeare, ci innamoravamo di Pasolini e cercavamo di capire i prof di semiotica, capivamo dentro di noi che il mondo di lì a dieci anni non sarebbe stato lo stesso e che avremmo trovato la nostra strada, almeno ci avremmo provato.

E comunque, in fondo, di quello che era e sarebbe stato il mercato del lavoro un po’ ce ne sbattevamo perchè quel “quam minimum credula postero” ci aveva colpiti di più del banale “carpe diem” scritto a casaccio sul diario di tutti.

primo piano computer, riviste e tazza. Sullo sfondo sabrina che legge

Quali sono oggi gli sbocchi lavorativi per chi ha studiato materie umanistiche che non hanno niente a che fare con la scuola e con la PA?

Tanto per cominciare, ci sono tutte le professioni di creazione di contenuti sul digitale. Chi ha studi umanistici ha trovato la propria strada nel marketing, tradizionale e digitale, ed è proprio nel digitale, in quel freddo mondo del web fatto di calcoli e algoritmi, quel mondo in virtù del quale ci volevano tutti ingegneri, che abbiamo creato buona parte delle nostre strade.

(Forse ti può interessare il mio post sulle novità del 2021 nel mondo delle professioni digitali, te lo lascio qui per dopo)

Siamo i primi ad avere avuto il coraggio di metterci in proprio

libri viaggio in my suitcase

A proposito di capacità di vision, decodifica della realtà e consapevolezza di non poter essere assorbiti tutti dalla PA e dal privato (e soprattutto, alla luce del fatto che noi questo, in fondo, forse non lo volevamo), siamo state le prime “nuove” partite iva.

Troppo pieni di noi stessi per accettare l’idea di metterci in un angolo a piangere per l’ennesima application senza risposta, per l’ennesimo stage non retribuito e per il terzo co.co.co in tre anni, siamo stati costretti a capire che valevamo di più di tutto questo.

Amleto e i suoi valori e la sua finta pazzia, la ribellione di Beckett, l’assurdo di Ionesco ci erano troppo addosso, ormai, per tornare indietro… e ci siamo aperti la partita iva.

E con queste partite iva stiamo contribuendo allo stato sociale di una nazione nella quale, nonostante i complessi Odi et Amo dei momenti di sconforto, comunque abbiamo deciso di restare.

By the way, molte di noi, contrariamente a quanto chiunque avrebbe pensato vent’anni fa, hanno trovato una strada persino più remunerativa e di talvolta umanamente più soddisfacente del posto fisso (che comunque, non esiste più per nessuno. Ma noi, alla non fissità dei posti della vita in genere ci eravamo abituati perché abbiamo studiato letteratura e filosofia).

Dunque è vero, per noi non c’era un posto fisso.
Ci siamo costruite e costruiti il nostro posto. Instabile, ma nostro.

Non si studia pensando al fatturato, ma alla conoscenza

Ed è qui, soprattutto qui, che avevamo ragione noi.

Gli studi universitari non sono la strada verso il lavoro.
Perché il mondo del lavoro e il mercato si evolvono velocemente e non aspettano nessuno.
L’università, affinché sia un percorso bello, da ricordare con amore e con un sorriso anche a cento anni dall’ultimo esame, è il luogo in cui dobbiamo coltivare le conoscenze che ci appassionano.
Perché i vent’anni sono l’età della passione e applicarla alla conoscenza dà una marcia in più anche dal punto di vista professionale, etico e morale.

Ditelo ai vostri figli, biologici e civici, che vogliono andare all’università: scegli quello che ti piace, perché così finirai in fretta e bene.

Ti innamorerai dei libri e dello studio e non smetterai mai di leggere e studiare, perché l’atto stesso ti ricorderà di quel momento in cui vivevi solo per sapere.

aperitivo in vigna - i migliori in Italia
aperitivo in vigna – i migliori in Italia

Quindi, amiche e amici laureati in sociologia, lettere, lingue e letterature, filologia, filosofia, brindate un sorso di qualcosa che per una volta non sia veleno e bevete a voi e alla vostra resistenza, quale che sia la vostra strada professionale e personale adesso.

Perché, anche quando è difficile crederci e ricordarcelo, avevamo ragione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto
error: Contenuto protetto.